Scacchi


STORIA

La leggenda, le origini e l’evoluzione del gioco

Pezzi su una scacchiera per bianco e nero: Re, Regina, Alfieri, Cavalli, Torri e Pedoni.

LA LEGGENDA

La leggenda racconta che un Re Indù, di nome Iadava, vinse una grande battaglia per difendere il suo regno, ma per vincere dovette compiere un’azione strategica in cui suo figlio perse la vita. Da quel giorno il re non si era più dato pace, perché si sentiva colpevole per la morte del figlio, e ragionava continuamente sul modo in cui avrebbe potuto vincere senza sacrificare la vita del figlio: tutti i giorni rivedeva lo schema della battaglia, ma senza trovare una soluzione. Tutti cercavano di rallegrare il Re, ma nessuno vi riusciva. Un giorno si presentò al palazzo un brahmino, Lahur Sessa, che, per rallegrare il Re, gli propose un gioco che aveva inventato: il gioco degli scacchi. Il Re si appassionò a questo gioco e, a forza di giocare, capì che non esisteva un modo di vincere quella battaglia senza sacrificare un pezzo, ovvero sia suo figlio. Il Re fu finalmente felice, e chiese al brahmino quale ricompensa egli volesse: delle ricchezze, un palazzo, una provincia o qualsiasi altra cosa. Il monaco rifiutò, ma il Re insistette per giorni, finché il brahmino, guardando la scacchiera, gli disse: «Tu mi darai un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza, otto per la quarta e così via…». Il Re rise per questa richiesta, meravigliato del fatto che il brahmino potesse chiedere qualunque cosa e invece si accontentasse di pochi chicchi di grano. Il giorno dopo i matematici di corte andarono dal re e lo informarono che per adempiere alla richiesta del monaco non sarebbero bastati i raccolti di tutto il regno per 800 anni! In questo modo, il brahmino insegnò al Re che una richiesta apparentemente modesta può nascondere un costo enorme. In effetti, facendo i calcoli, il brahmino chiese 18.446.744.073.709.551.615, cioè “18trilioni 446biliardi 744bilioni 73miliardi 709milioni 551mila e 615” =  20 (1ª casella) + 21 (2ª casella)+ 22 + … + 263 = [264 (64 è il numero totale delle caselle della scacchiera) − 1], chicchi di grano, una quantità impensabile anche al giorno d’oggi. In ogni caso il Re capì, il brahmino ritirò la richiesta e divenne il governatore di una delle province del regno. Una fonte accreditata ne “La Variante di Lüneburg” di Paolo Maurensig riporta invece l’uccisione del monaco.

LE ORIGINI DEL GIOCO

Le fonti più accreditate farebbero derivare gli scacchi da un gioco che avrebbe avuto origine in India presso l’impero Gupta attorno al VI secolo, il chaturanga: questo, secondo l’indirizzo interpretativo prevalente, avrebbe in seguito dato origine a varie forme del gioco nelle diverse regioni asiatiche (scacchi cinesi, coreani e giapponesi) e occidentali: presso i Persiani dapprima (che, modificandolo, lo chiamarono shatranj), quindi presso gli Arabi e infine nell’Europa medievale. Secondo altre teorie, gli scacchi deriverebbero invece dallo xiangqi (di origine cinese) o da qualche sua variante. In Spagna lo shatranj divenne l’ajedrez, in Portogallo lo xadrez, in Grecia lo zatrikion, mentre nel resto d’Europa si diffuse il termine persiano shāh, dal quale deriva anche l’italiano scacchi. Altre fonti, diversamente, attribuiscono al gioco cinese l’origine del gioco indiano. Non trascurabile è, inoltre, il probabile influsso che nell’area greco-ellenistica possano aver avuto, nei primi secoli dell’era cristiana, giochi da tavolo greci e romani sul più tardo gioco indiano. Dall’area indo-persiana il gioco, a seguito della conquista araba della Persia, si è diffuso nella civiltà araba (dopo l’VIII-IX secolo) dove conobbe uno sviluppo anche nella teoria del gioco: il primo trattato scacchistico di cui si ha conoscenza, opera di un medico di Baghdad, fu scritto nell’892. Dagli Arabi ha conosciuto una diffusione verso nord seguendo due direttrici: attraverso l’Oriente bizantino verso la Russia e la Scandinavia (dove sembra attestato prima che in Occidente) e tramite la Spagna araba, e probabilmente la Sicilia, in tutto l’Occidente europeo. Gli scacchi hanno raggiunto l’Europa occidentale e la Russia da almeno tre percorsi geografici, a partire dal IX secolo, coprendo tutta l’Europa intorno all’anno 1000. Le prime fonti europee risalgono all’inizio del XI secolo. Tra queste, significativi il testamento del Conte di Urgel (Catalogna) che lascia alla Chiesa tra i suoi beni una scacchiera ed una lettera del cardinale Pietro Damiani al Papa Alessandro II del 1060 in cui denuncia la diffusione del gioco. In Spagna nel XIII secolo fu redatto un manoscritto famoso, il Libro de los juegos, che copriva gli scacchi, tavola reale (backgammon) e dadi, promosso da Alfonso X di Castiglia. Dall’Europa araba il gioco si diffuse nel resto del continente, favorito anche dal successo che aveva nella cultura cavalleresca, nonostante fosse fortemente contrastato dalla Chiesa.

Nel 500 il gioco conobbe un’evoluzione nella teoria, con numerosi trattati. Nel 600 e nel 700 il gioco conosce giocatori professionisti come Gioacchino Greco (1600-1634) e il francese François-André Danican Philidor (1726-1795), entrambi autori di trattati di scacchi.

Nel XVIII secolo il centro di riferimento del gioco si sposta dai paesi meridionali verso la Francia, soprattutto grazie al già citato Philidor, che scoprì l’importanza strategica dei pedoni, e a Louis-Charles Mahé de La Bourdonnais. In quel periodo i luoghi di diffusione del gioco erano soprattutto i Caffè delle grandi città europee, come il Café de la Régence a Parigi e il Simpson’s Divan a Londra.

Nel XIX secolo si svilupparono le organizzazioni dedite al gioco degli scacchi, con la nascita di numerosi club e l’inizio di pubblicazioni specializzate, libri e riviste. Iniziarono anche le sfide fra i club di città diverse, come quella del London Chess Club contro l’Edinburgh Chess Club giocata nel 1824. Nello stesso periodo i problemi di scacchi divennero comuni nei giornali ed aumentò il numero degli esperti dediti alla stesura dei medesimi, tra i quali spiccarono Bernhard Horwitz, Josef Kling e Samuel Loyd. La pubblicazione del primo manuale completo sulla teoria degli scacchi risale al 1843: si tratta del Handbuch des Schachspiels di Von Der Lasa.

LE REGOLE

Inizialmente, in Europa le regole non differivano dallo shatranj, caratterizzato da una scacchiera senza colori e da regole che rendevano piuttosto lento lo svolgimento del gioco:

la fersa (la donna nella successiva evoluzione) muoveva diagonalmente di una sola casella;

l’elefante (poi alfiere, o vescovo in inglese) muoveva solo di due caselle in diagonale, potendo perciò saltare gli altri pezzi ma essendo ristretto a muovere su un quarto delle caselle della scacchiera, e in ogni caso impossibilitato a incontrare un altro elefante;

i pedoni muovevano sempre di una sola casella e promuovono sempre la fersa;

► gli altri pezzi, la torre, il cavallo e il re, muovevano secondo le regole odierne, non esisteva l’arroccamento.

Nel corso dei secoli, la necessità di velocizzare il gioco, in particolare perché le partite venivano giocate per scommessa, comportò progressivamente l’adozione di movimenti più veloci, soprattutto dell’alfiere e della donna, e all’adozione di variazioni alle regole originarie: nel Libro del Acedrex scritto dal Re di Castiglia Alfonso X il Saggio nel 1283, il movimento dei pezzi presenta già alcune variazioni, con la donna più mobile. Altro trattato di scacchi è il De Ludo, scritto dal frate Jacopo da Cessole, risalente al primo XIV secolo. Un’altra innovazione, volta a saltare la noiosa fase di sviluppo dei pezzi e che conobbe una discreta fortuna al punto di essere stata tramandata fino a noi, fu l’adozione dei cosiddetti tabi, ossia delle posizioni di partenza con i pezzi già sviluppati. Alla fine del XV secolo in Italia e in Spagna vengono definitivamente fissate le regole moderne del gioco, ovvero viene creata una variante chiamata, se è necessario evitare confusione, “scacchi occidentali” o “scacchi internazionali”, che si impone sugli altri sistemi di gioco: i pedoni avevano l’opzione di avanzare di due caselle al momento della loro prima mossa con la conseguente opzione per l’avversario di mangiarlo en passant; gli alfieri potevano muoversi lungo tutto una diagonale libera (invece di essere limitati a muoversi obbligatoriamente di due caselle diagonali) e perdevano la possibilità di saltare la casella di colore diversa del loro colore; la regina sostituisce definitivamente la precedente figura del visir, può muoversi in tutte le direzioni senza limitazione di distanza, il che l’ha resa il pezzo più potente presente sulla scacchiera. Esistevano ancora delle differenze nelle regole per l’arroccamento e l’esito in caso di patta. Questi cambiamenti, nel loro insieme, hanno reso il gioco degli scacchi più suscettibile di studio profondo favorendone molto la diffusione. Da allora, in Europa, il gioco si è giocato quasi allo stesso modo in cui viene giocato oggi. Le regole odierne sono state congelate nel XIX secolo, tranne per le condizioni esatte di una patta.

INCONTRI DI SCACCHI TRA UOMO E COMPUTER

Il computer Deep Blue della IBM

Un tempo considerati una pura curiosità, i programmi per giocare a scacchi hanno aumentato la loro abilità fino al punto di poter sfidare seriamente un grande maestro umano. Il padre di questi cervelli elettronici particolari è stato, non a caso, uno scacchista: uno dei più forti, il sovietico Botvinik. Ed è stato un suo allievo, Garry Kasparov, a cimentarsi per primo in un match contro la macchina, ovviamente in tempi diversi rispetto a quelli pionieristici, quando cioè il cervello elettronico scacchista è un computer. Kasparov, al tempo campione del mondo e primo al mondo come rating Elo, giocò un incontro di 6 partite contro il computer Deep Blue della IBM nel 1996. Deep Blue sconvolse il mondo vincendo la prima partita, ma Kasparov si aggiudicò la sfida con 3 vittorie, 2 patte ed 1 sconfitta. La rivincita in 6 partite del 1997 venne vinta con scarto minimo (3.5-2.5) dalla macchina, che fu successivamente ritirata dall’IBM. Nell’Ottobre del 2002, Vladimir Kramnik pareggiò una sfida di 8 partite, nota come Brains in Bahrain, contro il motore scacchistico Deep Fritz 7. Nel Febbraio del 2003, Kasparov pareggiò un incontro in 6  partite contro il programma Deep Junior. Nel Novembre del 2003, Kasparov pareggiò nuovamente contro il programma X3D Fritz a New York. È stato il primo campionato del mondo di scacchi ufficiale giocato interamente in realtà virtuale. L’ultimo capitolo, in ordine di tempo, riguardo gli incontri tra uomo e pc, è stato il match evento tra l’allora campione del mondo Vladimir Kramnik ed il programma Deep Fritz, tenutosi alla fine di Novembre del 2006. Il match sulla lunghezza delle 6 partite, ha visto la vittoria della macchina sull’uomo con un risultato netto di 4 a 2 (4 incontri pari e due vittorie per il programma). Curioso e divertente l’epilogo della seconda partita in cui Kramnik non si accorse di una elementare minaccia di scacco matto in una mossa da parte del computer, evento rarissimo, forse unico a questi livelli. Per concludere si può affermare che il match ha mostrato una sostanziale parità di forza tra l’ex campione del mondo di scacchi (ma forse non il più forte giocatore al mondo) ed uno dei più forti programmi di scacchi, con la netta superiorità di quest’ultimo per quel che concerne la capacità di calcolo e la resistenza nervosa a lungo termine.

Prima delle citate partite uomo-computer, sono stati creati alcuni automi dedicati al gioco degli scacchi: alcuni erano semplicemente delle truffe ben realizzate, guidate in realtà da esseri umani (famoso era Il Turco, ma ci sono stati anche Mephisto ed Ajeeb); altri invece erano reali (come El Ajedrecista).

CURIOSITA’

Ogni anno sulla grande scacchiera marmorea di Piazza Castello in Marostica (Vicenza) viene rappresentata una edizione della ormai famosa Partita a scacchi a personaggi viventi.

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Pubblicato on 24 febbraio 2010 at 09:23  Commenti disabilitati su Scacchi