05. «Se voglio, so vivere ogni cosa!»


Se voglio, so vivere ogni cosa!

a cura di F.L., psicologo e psicoterapeuta

Comprendere ed esercitare la differenziazione dal proprio sentire, così come ti ho specificato nel terzo capitolo di questo nostro percorso, è la premessa per affrontare un passo successivo: cosa fare di fronte ad un sentire spiacevole, a volte drammatico, a volte addirittura parossistico? Cosa fare di fronte all’ansia, specie quando raggiunge livelli di panico? Cosa fare di fronte alla depressione più buia, all’astenia profonda? Cosa fare di fronte all’ira che perentoriamente si impadronisce della coscienza? Di fronte all’impulso bulimico che fa spazzolare interi frigoriferi? Cosa fare di fronte all’angoscia, alle atmosfere da Venerdì Santo?

In altre parole, al cospetto di una nevrosi, o comunque di una difficoltà di tipo psicologico, il primo problema che si pone è il rapporto immediato con il sintomo, la relazione con qualcosa di spiacevole che colpisce la coscienza e chiede un presidio rapido. Un presidio che deve essere attuato ancor prima di capire cosa e perché sta accadendo, processo per cui è spesso necessario tempo, sofferenza, riflessione.

Ora, hic et nunc, cosa ne faccio di questo stato d’animo che mi opprime?

Credo ti risulti chiaro, da quanto abbiamo detto nel primo capitolo, che i sintomi di ansia, depressione ecc. vengono dal sentire; sono in altre parole una condizione vissuta da quello che ho chiamato Carattere, o Bambino Interno. Certamente, essi possono essere indotti da ragionamenti della coscienza, come quando ad esempio pensiamo a qualcosa che crea ansia, ma risultano sempre attributi del sentire, una sua manifestazione caratterizzata da autonomia rispetto all’Ego. Abbiamo anche visto, nel quarto capitolo, attraverso quale processo eziopatogenetico si arriva alla formazione di sintomi nevrotici.

Ora è necessario, quale ulteriore premessa indispensabile, che ti richiami alla mente il concetto di Super Ego secondo Freud, che ti ho già esposto nel secondo capitolo.

Credo ti risulti chiaro, da tale esposizione, come la tua mente tenda a strutturare apprendimenti che si automatizzano in idee o giudizi che applichi all’occorrenza in maniera spesso del tutto inconsapevole, senza che il tuo Ego se ne accorga, data la loro abitudinarietà.

E’ il caso ora che tu ti chieda: Quali pensieri scattano automatici nel mio Ego verso gli stati d’animo di angoscia, rabbia, depressione, tristezza, eccetera?

Se guardi nella tua mente quando sei turbato da qualcosa, riuscirai con un po’ di attenzione a cogliere dei pensieri, dei giudizi, talmente abituali da sfuggire completamente, in condizioni ordinarie, alla tua consapevolezza.

Fermo restando che ogni individuo, a seconda degli apprendimenti effettuati, produce pensieri automatici spesso strettamente suoi, vi sono proposizioni molto tipiche nell’attuale cultura industrializzata, che scattano comunemente ed in forma incontrollata nei confronti di un malessere che ci colpisce in modo apparentemente inspiegabile:

Oh, Dio! Mi sta succedendo qualcosa di negativo; questo non ci vuole proprio!

Come posso provare queste cose? Io sono sbagliato!

Dove mi porta questo stato d’animo? Vado verso la sofferenza, il fallimento, la follia, la morte!

Non passerà mai, sarà sempre così!

Non riesco a capire perché devo stare così, ed invece dovrei comprendere cosa mi accade!

Devo risolvere subito questo problema, non posso reggere una condizione del genere!

Orbene, pensieri come questi che ti si attivano automaticamente nella psiche di fronte al malessere, non fanno altro che estremizzare e perpetuare il malessere stesso, ponendoti fortemente in conflitto con la tua persona.

Occorre pertanto svecchiare tali pensieri, frutto di luoghi comuni e condizionamenti del passato, e sostituirli con pensieri coscienti, frutto dell’intelligenza attuale (in altre parole bisogna che l’Ego comincia a cambiare gli automatismi che ha incamerato nel Super Ego). Ad esempio:

Chi ha detto che quello che mi sta succedendo è “negativo”? Sicuramente è “spiacevole”, ma non per questo “negativo”. Per il semplice fatto che accade, esso deve avere un senso. Non voglio sentire questo stato d’animo come un nemico da abbattere: è una parte di me che sta soffrendo ed è importante e positiva quanto le esperienze piacevoli.

Si tratta, in altre parole, di ridefinire il dolore alla luce di un giudizio non più categoricamente negativo ma improntato ad un profondo rispetto per quanto ti accade nell’animo. Ciò non significa che smetti di soffrire, ma che affronti la sofferenza con un’altra mentalità; non te ne scandalizzi ma la vivi come elemento di evoluzione e di sviluppo.

Chi ha detto che sono “sbagliato” perché provo certe cose? Forse sono semplicemente “diverso” da altri ma non voglio denigrarmi e pensar male di me. Nessuno può permettersi di giudicare il mio essere, e tantomeno io stesso.

Impara a consentirti di soffrire e di provare emozioni spiacevoli, di riuscire a guardare in te senza scandalo anche moti ed impulsi che vengono normalmente condannati o giudicati anomali o abietti; cerca guardarli con il distacco ed allo stesso tempo la partecipazione di un buon padre che debba relazionarsi ad un figlio “difficile” ed impegnativo.

Chi ha detto che questo stato d’animo mi porterà verso qualcosa di brutto? Non sarà invece qualcosa che prelude ad un’evoluzione, ad un arricchimento? Si tratta di qualcosa di me che voglio riuscire a far lavorare nel modo giusto!

C’è una vecchia poesia orientale che suona più o meno così:

Se viene la sera compagno non avrai

da solo farai la tua strada.

Sarà solo allora che da te verrà il lupo.

Verrà per portarti paura.

Se non lo fuggirai, compagno ti sarà.

E’ lui che davvero conosce

il passo segreto che il monte ferisce.

Colà troverai la collina dei giochi,

colà deporrai infine il tuo cuore.

Il lupo, in altre parole, è solo una forma della tua energia interiore. Se non te ne spaventi e lo prendi per il verso giusto, à lui che ti da la forza per portare a compimento la tua vita.

Chi ha detto che questa sofferenza non passerà mai? Avrà invece le sue fasi, il suo decorso, come tutte le cose!

Per usare un’espressione di Pasquale Jonata, se riesci ad accettare il dolore con fermezza, senza cercare a tutti i costi di mandarlo via, scopri che esso ha le sue fasi, come l’onda che va e che viene e ti concede degli intervalli per respirare, e poi piano piano si estingue. Quando sei all’acme del dolore, sembra invece che sia eterno, che non debba passare mai ed appare quasi impossibile tornare al benessere. Non lasciarti prendere da questo stato d’animo e cerca di portare il pensiero a quando il dolore non c’era, fiducioso che tornerai prima o poi a stare bene.

Chi ha detto che devo necessariamente riuscire a capire il motivo di questo stato d’animo?

A volte occorre chiedere a te stesso il coraggio di vivere una diversità, uno stato d’animo diverso dal solito e che non comprendi. La diversità, a volte l’apparente assurdità, non sono in quanto tali negative, e non è necessario comprendere a tutti i costi cause e motivazioni per riuscire a viverle. Cerca di ascoltare, sentire, vivere e non necessariamente capire.

Chi ha detto che devo necessariamente risolvere subito questa situazione?

A volte occorre saper vivere una dolorosa sospensione senza agitarsi troppo. Se non riesci a risolvere un problema nonostante la tua buona volontà, significa che non è giunto il momento e devi continuare, per così dire, a navigare un po’ al buio senza lasciarti prendere da pessimismo e frenesie.

Cerchiamo ora di sintetizzare in concetti chiave. Ti ho proposto tutto questo discorso per ricollegarmi alle note conclusive del capitolo precedente. Ricordi? Ti dicevo che quando rifiuti uno stato d’animo spiacevole, rifiuti il grido di dolore del tuo Bambino Interno e stai seguendo la stessa logica di chi a suo tempo non seppe riconoscerlo nelle sue caratteristiche primarie.

Allora a questo punto ti dico: Cerca di strutturare un rapporto di amicizia con il tuo sentire, con il tuo Bambino interno, proprio come se fosse una persona che ti porti dentro, di cui vuoi essere il migliore amico!

Pensaci un attimo: se hai un amico che è depresso e lo abbandoni perché ha smesso di essere divertente, sei un vero amico nei suoi confronti? Certamente no, ed è così che funziona nei confronti di te stesso. Se hai un amico impaurito e lo molli nel bel mezzo della sua paura, sei un buon amico nei suoi confronti? Certamente no ed è così che funziona nei confronti di te stesso.

Allora tratta il tuo sentire come tratteresti un amico: dolcemente? Fermamente? Ragionandoci? Incoraggiandolo? Rimproverandolo? Non stando a sentirlo affatto e cercando di obbligarlo a fare quello che vuoi tu? Prendendolo a calci in culo?

Questo sei tu che volta volta devi deciderlo a seconda delle circostanze, proprio come si fa con un amico. La cosa importante è che metti questo spirito di sacra amicizia nei confronti del tuo sentire, qualunque sia la soluzione che scegli. Datti fermamente il buon giorno al mattino, datti la buonanotte alla sera, sostieniti nelle difficoltà, correggiti negli errori, eccetera.

Anzi ti dirò di più: cerca di imparare proprio ad amare il tuo sentire, tanto più quanto più esso è nel dolore. Attenzione, non equivocare: non ti spingo ad amare il dolore, questo è contro natura; ti spingo ad amare te stesso nel dolore. Proprio per lo stesso princìpio per cui continui ad amare un figlio con la polmonite ma non puoi di certo amare la polmonite di tuo figlio! Attenzione, se ancora non lo avessi capito te lo specifico un’altra volta: essere amico, ascoltare, amare, non significa acconsentire, dar retta. Può significare anche correggere, ed all’occorrenza anche molto duramente.

In questo sforzo di contatto con te stesso, cerca di esercitare un pensiero fondamentale, che riassume in sé tutto il senso di questo capitolo

Io, se voglio, riesco a vivere qualsiasi cosa!

Attento, questo è il pensiero che dovrebbe formare la base dell’identità psicologica di qualsiasi persona. Più lo rafforzi e più sei libero da paure. Gli stati d’animo possono essere devastanti nella misura in cui non sono accompagnati dal fermo pensiero di saperli vivere. Bada bene, ho detto vivere e non dominare, padroneggiare, risolvere e simili. Ci sono molte cose di fronte a cui non puoi farci niente, e questo è normale. Ma puoi sempre viverle con la fermezza e la consapevolezza che, se vuoi, puoi rimanere sereno.

È un pensiero molto difficile da esercitare, ma prova. Comincia dalle piccole contrarietà quotidiane. Di fronte ad esse, ripeti a te stesso:

Se voglio, sono in grado di viverle!

Autoconvincimento? No, realtà! La mente umana è proprio progettata per la libertà dai turbamenti. Purtroppo i condizionamenti che abbiamo subìto come individui e come specie hanno prodotto nel Super Ego di ciascuno di noi idee automatiche circa l’impossibilità a vivere certe situazioni. E così ti crei i tuoi demoni, le tue paure, cioè le situazioni che ti sei convinto di non saper vivere. A seconda del tipo di Carattere che hai, potrai temere le malattie, il fallimento professionale, l’infedeltà coniugale, il terremoto, la guerra, la solitudine, e così via dicendo, oppure molte o tutte di queste cose assieme.

Queste paure te le formi da bambino. Come dicevamo nel capitolo scorso, quando da bambino non ti senti ok, hai bisogno di certe sicurezze esteriori, altrimenti crolli. E il tuo Super Ego si abitua fin da bambino all’idea che senza quelle sicurezze esteriori non sa vivere. Ma ora sei adulto e se la mente di dice che esse potrebbero venirti a mancare, puoi rispondere che ora sei abbastanza forte da saperne fare a meno.

Ricorda, quindi: quando sei di fronte alle difficoltà, niente …Oh, Dio!… automatici. Soltanto il pensiero chiave:

Se voglio, questa situazione la so vivere!

Ancor prima di stabilire cosa farai e cosa non farai e come farai o come non farai.

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Pubblicato on 20 marzo 2010 at 06:18  Commenti disabilitati su 05. «Se voglio, so vivere ogni cosa!»