08. «Io sono vivo!»


Io sono vivo!

a cura di F.L., psicologo e psicoterapeuta

Vorrei spendere alcune ulteriori parole per approfondire l’importante tema della ricettività psichica. E’, infatti, particolarmente ostico attivarla in una cultura e in una società come la nostra. Hai ma pensato alla proposizione “Io sono vivo?”. Possiamo legittimamente pronunciarla tutti, ma cosa intendiamo veramente dire con questa frase?

Tratto da “Le bozze di Christmas Blues”, di F. L.

Sedettero dietro una fila di banchi ed arrivò il professor Martinelli, accolto da un leggero brusio di saluti: anziano, un po’ curvo, con barba e lunghi capelli bianchi piuttosto incolti e un viso rugoso in cui spiccavano due vivaci occhi con una perenne sfumatura di sospetto. Guardò quel suo uditorio così piccolo e silenzioso: 

«Il Popolo degli Uomini!»

Parlava con voce profonda e aspra, decisa ma non altisonante. In quella penombra esercitava una sorta di surreale suggestione. 

«Il Popolo degli Uomini!… Saprete che alcune tribù Sioux amavano chiamarsi così. Ma non erano le sole. “Enio amo eta ole!” Sapete cosa significa in lingua masai?»

Nessuna risposta. 

«Significa: “Vai, adesso sei un uomo!”. Era quanto un autorevole anziano della tribù diceva al giovane dopo il superamento della prova iniziatica della circoncisione. Ma cosa significava davvero essere un uomo?»

Silenzio di tomba. Il professor Martinelli fissò gli astanti, con quei sinistri chiaroscuri disegnatigli in volto dall’incerta illuminazione. 

«I nostri sensi ricevono dati e informazioni dall’ambiente. Il nostro corpo emette costantemente segnali e sensazioni. E poi, se ci guardiamo dentro, scopriamo di avere sempre emozioni. Vi è chiaro tutto questo?»

Cenni affermativi. Lucy lo guardava come incantata. 

«Bene, bene… questo significa essere vivi! Mangiare ogni istante tutte queste sensazioni ed emozioni. Mangiarle, respirarle, farci l’amore! Belle o brutte, simpatiche o antipatiche! Esse sono l’alimento della vita! È solo mangiandole, che si può essere uomini!»

«Cosa significa mangiarle, professore?», osò domandare uno dei ragazzi. Lui fece un sorriso triste. 

«Tu non puoi capirlo facilmente, come d’altronde la maggior parte di quelli della tua generazione e generazioni limitrofe. Voi siete stati deafferentati!»

Sguardi perplessi dall’uditorio. 

«Non immaginate cosa possa significare, vero? Significa che voi non sentite più questi segnali! Oppure, se li sentite, non li mangiate, non li respirate, non ci fate l’amore!»

Puntò provocatoriamente un dito contro gli astanti. 

«Vi siete mai chiesti di quante cose avete bisogno per vivere? Avete mai considerato con quanta facilità vi annoiate? Con quanta facilità vi preoccupate o angosciate quando la vita non va secondo i vostri desideri? Quanto temete la solitudine? Eppure la vita basta a se stessa: se mangiate le vostre sensazioni ed emozioni, se vivete di esse, non c’è nulla al mondo che possa destabilizzarvi! Ma voi non le sentite più! Questa società, con il suo consumismo, ha deafferentato il vostro cervello dai segnali che portano la sensazione della vita. Allora avete bisogno di mangiare altre cose, proprio come un bulimico si attacca al cibo della sua dispensa! E allora alimentate i consumi, proprio come vuole questa società…»

Ricordo il racconto di un mio conoscente che se la vide brutta durante un safari fotografico nella savana. Piantò la tenda di fronte alla jeep e si mise a dormire, mentre le due guide del luogo si erano aggiustate per la notte sul cassonetto. Fu svegliato da un ruggito dopo un paio d’ore. In pochi secondi si rese conto che un branco di leoni ruggiva ad est della tenda, molto vicini, ed un altro branco rispondeva ad ovest.

«Guarda, è una cosa che non si può spiegare… il ruggito del leone dal vivo non è come quello che sentiamo in televisione nei film o nei documentari… e neanche quello delle squallide performances di quelli ai circhi o negli zoo. Il leone libero ruggisce in un modo che ti sconvolge! Fui preso dal terrore più puro. Tremante aprii uno spiraglio e il sangue mi si finì di gelare: le due guide erano scappate con la jeep. Ero solo… solo! La mente mi andò letteralmente in tilt per quasi un’ora, in cui mi accucciai in un angolo della tenda, sempre accompagnato da quella musica ferale che mi faceva vibrare lo stomaco, e dal pensiero di un pezzo di carne, il mio corpo, a disposizione dentro quel fragile asilo. Poi, all’improvviso, accadde qualcosa che non riesco ancora a spiegarmi: mi cominciò a piacere! Non so ancora se fosse una difesa della mente di fronte a quell’ancestrale terrore o qualcos’altro. Fatto sta che l’inesprimibile energia espressa da quei ruggiti cominciò a provocarmi quasi uno stato di esaltazione, ma non nel senso della follia. Era un profondo, solido, senso di compiacimento per tanta forza. All’improvviso avevo sentito, e mi ero quasi identificato in esso, un mondo naturale di tale selvaggia bellezza da scavalcare la mia paura, che era diventata una sorte di attivazione. Rimasi ad ascoltarli, quasi come se anch’io fossi diventato un animale acquattato nella tenda, fino all’alba, quando si allontanarono e scomparirono. Fu allora che compresi quanto, nella nostra società, l’uomo si fosse indebolito ed avesse perso la sua energia vitale…»

Bene, devi sapere che questo racconto mi fece molto riflettere. Il vero grande problema dell’uomo sono gli stati d’animo dolorosi precocemente sentiti. Come già detto, noi tutti siamo stati spesso sottoposti da piccoli a esperienze emotive così dure da superare le capacità di tenuta della mente di qualsiasi bambino. E come può un bambino provare un abisso di solitudine e non interpretarlo come la quint’essenza dell’orrore? E come può essere esposto alle più efferate forme di violenza e reggere la corrispondente emozione senza raccontare a se stesso che cose del genere non si possono vivere ma solo evitare? E, ancora, come può sentirsi esprimere indifferenza o disinteresse dalle prime persone della sua vita e poi non concludere che la frustrazione affettiva rappresenta l’annullamento della sua Personalità?

Ebbene i problemi del domani derivano proprio da queste conclusioni, da queste interpretazioni della mente, e non dalle corrispondenti emozioni!

Le emozioni che il bambino prova sono fondamentali manifestazioni di vitalità, di aderenza al mondo che lo circonda. Sono un’incredibile opera d’arte della sua energia interiore che legge i fatti, gli accadimenti, e risponde in quel modo. Ma sono dolorose, spesso tremendamente dolorose, e allora finiscono col diventare la base per l’installazione di un pensiero: “Io una cosa così non la posso reggere!”. E’ così che si finisce per condurre un’intera vita schiavi di questo pensiero, che impedisce di riappropriarsi del proprio sentire e di viverlo con lo stesso atteggiamento con cui il mio conoscente nel racconto visse il ruggito del leone!

Tutto questo con la complicità della mediatica dei nostri tempi che, più o meno esplicitamente, ci abitua a scaricare le emozioni in soddisfazioni immediatamente piacevoli. Tensione erotica? Soddisfarla subito con la masturbazione, il sesso, un video pornografico! Rabbia? Incazzarsi, sbraitare, attaccare! Paura? Fuggire! Noia? Trovarsi qualcosa da fare! E quando non riesci a trovare niente ti metti a rimuginare e muovi scompostamente i tuoi pensieri con il risultato che l’emozione che senti diventa angoscia.

In questo modo ti abitui a scaricare le tue emozioni senza la capacità di tenerle dentro di te e sentirle, conoscerle veramente! Eppure sono la tua vita!

Quello che senti dentro il tuo animo quando ti alzi al mattino con il morale sotto le scarpe è la tua vita, la tua energia, che sta semplicemente cogliendo un lato della realtà. Ma invece di limitarti a sentirla come il ruggito del leone ed affrontare la tua giornata, attivi il solito automatismo mentale:

«Oh Dio, non ne posso più! Che palle! Che vita di merda! Che senso ha?… »

È questo pensiero che ti distrugge, non lo stato d’animo che se correttamente accolto e riconosciuto non solo non ti angoscia, ma ti dà proprio il senso della vita, anche se resta doloroso.

Ricorda, dunque, che essere vivo significa essenzialmente essere consapevole:

 di ricevere segnali dall’ambiente mediante l’attività dei cinque sensi

 di ricevere segnali dal corpo mediante gli appositi recettori 

 di ricevere costantemente impressioni emotive e stati d’animo dal tuo sentire

Più riesci a dare la giusta importanza a tutte queste sensazioni, più riesci a sentirle, ad apprezzarle anche quando sono spiacevoli, più puoi dire “Io sono vivo!”.

“Ma non dobbiamo cercare di liberarci dalle sensazioni spiacevoli?”, potrai obiettarmi.

Certo, ma per trovare la giusta risposta del pensiero e non scadere sistematicamente nel tentativo di soddisfazione immediata, prima sentile come una forma della tua energia. Saranno molto meno spiacevoli e molto più sostenibili! Non permettere che si trasformino in pensieri pregiudiziali e gratuiti! Così facendo, ti accorgerai che la tua noia diventa poesia, la tua rabbia forza, la tua paura consapevolezza e prudenza, la tua malinconia pietà, il tuo eros piacere di vivere.

E tutto questo solo se non permetterai che i tuoi stati d’animo diventino i soliti pensieri, ma i tuoi pensieri!

“Come stabilisco i miei pensieri?”. Più avanti risponderò a questa tua domanda. Intanto, se hai voglia, puoi esercitare questa fondamentale capacità mediante gli esercizi proposti da un metodo ideato da Vittoz e prospettato dall’allievo Narciso Irala nel manuale “Il controllo del cervello”.

a) Educa la ricettività visiva. Osserva un oggetto, magari un quadro, senza pensare a nulla, senza concentrarti, senza cercare un particolare piacere. La tua mente non lavora; è il quadro che lavora per te, entrandoti dentro con le sue qualità visive. Il tuo corpo deve essere rilassato; bada di non osservare, ma di guardare tranquillamente, senza contrarre i muscoli facciali. Devi cioè cercare di realizzare una recezione pura, considerando il colore, i riflessi, la forma, la tramatura,…; ma senza concentrarti: solo guardando passivamente. Cerca l’atteggiamento di un bambino: guarda quel quadro come lo guarderebbe un bambino. Cerca di mantenere al contempo un atteggiamento pienamente cosciente. Dopo 4 minuti di quest’esercizio rivolgi genericamente lo sguardo all’ambiente che ti circonda e applica lo stesso atteggiamento questa volta in relazione non ad un singolo oggetto, bensì all’ambiente in generale (guarderai tranquillamente le cose intorno a te considerandone le qualità visive). Questo esercizio, occuperà la 1ª settimana, e dovrà consistere in quattro intervalli di quattro minuti, ciascuno inframmezzato da una pausa (quattro minuti di recezione, un minuto di pausa,…). L’orario di svolgimento durante la giornata puoi sceglierlo a piacimento.

b) Educa la ricettività uditiva. Ascolta un brano di musica tenendo presente le stesse modalità di cui al punto a). Lascia fluire nel tuo udito le sensazioni sonore senza concentrarti su di esse, mantenendo uno stato di vigilanza rilassata. Effettua quattro intervalli di audizione inframmezzati da un intervallo di un minuto. Questo esercizio occuperà la 2ª settimana.

c) Educa la ricettività tattile. Tieni un qualsiasi oggetto in mano sperimentando le sue qualità tattili (liscio, ruvido, freddo, caldo,…). Tieni sempre presente l’atteggiamento recettivo descritto al punto a). Effettua quattro intervalli di manipolazione inframmezzati da un intervallo di un minuto. Questo esercizio occuperà la 3ª settimana.

d) Educa la ricettività olfattiva. Porta al naso la fonte di un qualsiasi odore ed ascolta questa sensazione tenendo presenti sempre le stesse modalità. Effettua quattro intervalli di esperienza olfattiva inframmezzati da un intervallo di un minuto. Questo esercizio occuperà la 4ª settimana.

e) Educa la ricettività gustativa. Porta alla bocca un qualsiasi alimento e sperimentane il sapore, tenendo presenti sempre le stesse modalità recettive. Effettua quattro intervalli di esperienza gustativa inframmezzati da un intervallo di un minuto. Questo esercizio occuperà la 5ª settimana.

f) Educa la ricettività corporea. Presta attenzione alle sensazioni genericamente provenienti dal tuo corpo (tensione muscolare, respirazione, battito cardiaco, sensazioni viscerali,…). Effettua quattro intervalli di esperienza corporea inframmezzati da un intervallo di un minuto. Questo esercizio occuperà la 6ª settimana.

g) Educa la recettività emotiva. Fermati, individua il tuo stato emotivo e sentilo. Lo devi sentire quasi come se fosse una cosa palpabile, lo devi sentire come una tua energia. Ricorda di non identificarti in esso e di accettarlo anche se è di qualità spiacevole. Sentilo e contienilo. Cerca di dare un nome alle tue emozioni e riconoscile. Tienile dentro di te, non mostrarle nel comportamento o nell’atteggiamento. Cerca di effettuare quest’esercizio soprattutto quando hai emozioni spiacevoli. Riconoscile come un’energia di te stesso, non le fuggire. Ricorda: è così che cominci a ricucire il rapporto con la tua persona, riconoscendoti, riconoscendo come tuoi i tuoi stati d’animo quando sei nel dolore, o nell’indifferenza, o nella noia, nella rabbia,…

A conclusione, cimentarti in una prova globale: ti consiglio di effettuare una passeggiata all’aria aperta cercando di mantenere la mente libera e recettiva agli stimoli sensoriali di tutti i tipi sopra descritti.

Ti ricordo, a questo proposito, il concetto di vigilanza rilassata: nessuna attività elaborativa di pensiero, nessuna concentrazione su qualcosa di specifico, ma vigilanza generica e profonda disposizione a far colpire i tuoi sensi da quanto proviene dall’ambiente.

Ti ricordo anche che questo tipo di condizione costituisce l’attività di base della mente, attraverso la quale essa riposa pur mantenendo un profondamente realistico rapporto con l’ambiente. E’ un’abilità cui la nostra cultura non ti abitua, spingendoti sempre ad elaborare pensieri e a concentrarti su questo o quello; oppure a lasciare la mente libera ma annebbiata, scarsamente cosciente. E’ dunque estremamente prezioso conseguirla, anche perché elimina lo stress e ti fa mettere le radici nella realtà che vivi.

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Pubblicato on 20 marzo 2010 at 06:22  Commenti disabilitati su 08. «Io sono vivo!»