04. Una nevrosi


Cosa è una nevrosi

a cura di F.L., psicologo e psicoterapeuta

Quando sei in grado di reggere una emozione spiacevole, accettandola e differenziandoti come Ego da essa, stai sicuramente meglio, ma non sei ancora in grado di curarla. Il passo successivo è quello di imparare a leggerla, ovvero a comprenderla. E la lettura di un’emozione inizia da un’analisi razionale: “Da dove viene questa emozione?”“Perché sto così male?”, “Come si forma una nevrosi, ansiosa, depressiva o altra che sia?”.

Una prima necessaria premessa è il concetto di nevrosi. Possiamo definirla come uno stato di malessere psichico senza perdita di contatto con la realtà esterna ed interna. In altre parole, una persona nevrotica è lucida, sa rispecchiare cosa accade in lei, ma subisce gli stati d’animo:

se prova paura, scappa!

se prova rabbia, si altera!

se prova tristezza, si abbatte!

• …

Ma si rende ben conto di tutto questo e lo vive con angoscia.

Da qui la necessità di un’altra premessa:

“Cosa è l’angoscia?”

È quella componente aggiuntiva del dolore psichico che configura per l’appunto una nevrosi. Segnala che quel dolore non è normale, è sintomatico, ovvero patologico. Ad esempio, se provi tristezza per una perdita puoi riconoscere questa tristezza come tua, cioè come una genuina componente del tuo Carattere e viverla con fermezza. Ti riconosci a tal punto in questo stato d’animo che dici: “È naturale che io sia triste, ho perso quell’amico! Non sarei più io, se ora non fossi triste!”

Così provi dolore (in questo caso la tristezza) ma non angoscia. Ebbene uno stato come questo non è sintomatico, ovvero non è nevrotico. Te ne rendi conto perché quel dolore è sostenibile, ti lascia forte anche se provato.

Quando, invece, un dolore lo vivi come insopportabile ed eccessivo per il malessere che lo accompagna, ti fiacca, allora lo vivi come insostenibile. Questa è l’angoscia, quella forza che ti fa disperare, che ti fa chiedere aiuto, che non ti dà pace.

Può essere:

angoscia generica, e in tal caso la puoi chiamare angoscia libera, non altrimenti descrivibile

un’angoscia che si configura in sintomi ansiosi, fobici, ossessivi, isterici, aggressivi…

Chiediamoci ora, dopo aver stabilito che dagli stati di angoscia occorre differenziarsi accettandoli ma non identificandosi in essi:

Da dove viene e come si forma il malessere?”

Il primo evento fondamentale, il primo mattone per qualsiasi nevrosi, si pone sempre nella prima infanzia ed è costituito dal cosiddetto mancato riconoscimento: è il fattore eziologico (cioè la causa prima) per eccellenza del futuro malessere psichico. Nei primi momenti della vita necessiti di due alimenti: da una parte quello fisico, ovvero il latte; dall’altra quello psicologico, ovvero il desiderio che gli altri nutrono di te. A questo proposito Jacques Lacan, uno dei maggiori psicoanalisti francesi, coniò la celebre frase: “Il desiderio di essere desiderati è il motore psicologico che ti anima.”. Quando vieni al mondo sei proiettato in un ambiente del tutto nuovo di cui non conosci niente, tantomeno te stesso e la tua legittimità di esistere. Il piacere che gli altri esprimono alla tua presenza, dunque, ti comunica esplicitamente che la tua persona va bene, è legittima e importante. In altre parole, la tua psiche letteralmente si nutre del sincero compiacimento che il tuo prossimo entourage (quasi sempre la mamma in primis) prova in tua presenza: lo sente con grande intensità, probabilmente percependo i neuromediatori del corpo materno e quindi lo stato psicologico della madre, proprio come un cane sente l’odore adrenalinico di chi ha paura e quello endorfinico di chi non ne ha. Naturalmente i bambini più sensibili (quelli che sentono di più) sono più facilmente turbabili dalle eventuali oscillazioni dell’umore materno, perché le percepiscono maggiormente, mentre i bambini meno sensibili sono più di bocca tonda e possono sentire il desiderio della mamma anche quando non è pieno, ovvero inquinato da maldisposizioni e turbamenti. Per questo è più facile fare danni educativi con bambini sensibili e per questo la mamma dovrebbe, per primo, educare se stessa a vivere la maternità come un piacere e non come un dovere.

Quando ti senti sufficientemente desiderato la tua mente comincia ad accumulare una serie di “Sì!”, cioè si sente ok, l’esperienza di vita che stai facendo va bene. In altre parole, alla luce di quanto esposto nel capitolo precedente, nel tuo SuperEgo comincia a depositarsi un giudizio positivo sul fenomeno di vita che stai sperimentando. In questo modo poni una base, un quid, per cui ti ripeti “Io sono ok e la vita va bene!”. Non c’è un motivo, va bene perché va bene! Questo quid è l’interiorizzazione dell’altrui desiderio, che diviene il tuo desiderio di vivere e svilupparti. Questo quid ti sosterrà, in seguito, nel rapporto con il dolore (e le brutture della vita) e nel sopportare fermamente le correzioni. Allora la tua mente, anche di fronte alla sconfitta, dirà: “La mia vita ha legittimità e valore anche da sconfitto, da povero, da malato e di fronte a qualsiasi frustrazione!”

Quando, invece, da piccolo senti un’insufficiente desiderio da parte di chi ti sta intorno, quando la mamma (o chi per lei) non riesce a testimoniare efficacemente il genuino desiderio della tua presenza (perché magari è immatura, o angosciata da preoccupazioni, o insoddisfatta della sua vita…), cominciano ad accumularsi nella tua mente una serie di “No!” e nel tuo SuperEgo comincia a depositarsi un giudizio negativo su te stesso e sulla  tua vita. Anche qui, l’informazione che via via si automatizza è assoluta, senza una causa, senza un motivo logico: “Io e la vita andiamo male perché andiamo male, ed io non sono ok!”, “È così, punto e basta!”. Questo accade quando non viene riconosciuto il tuo bisogno affettivo, il tuo bisogno di essere legittimato e desiderato. Introietti l’altrui mancato desiderio che diviene di conseguenza il mancato desiderio di te stesso e della tua vita. Naturalmente questo avviene nei tuoi primi anni e non ne sei affatto consapevole, e può strutturarsi a diversi livelli di intensità.

In altri casi questo mancato riconoscimento può avviarsi in età un po’ maggiore (solitamente entro i primi 5 anni di vita) e può essere rivolto solo ad aspetti specifici del Carattere.

Chiariamo il concetto con 2 esempi:

può accadere che tu abbia un Carattere intraprendente, esplorativo, coraggioso, e tua madre sia un po’ fobica e ti trasmetta il virus della sua ansia. In tal modo, quel tratto di intraprendenza di Carattere non ti viene riconosciuto e lo bloccherai per la paura di esprimerlo, in quando induce reazioni negative in tua madre

potresti avere un Carattere dolce e portato per l’estetica. Se ti capita un padre supervirile te lo boccia e tu avrai difficoltà nell’esprimerlo per non sentire il suo disprezzo

Potresti immaginare infiniti esempi come questi, legati a qualsiasi dimensione del Carattere umano. Il concetto di fondo rimane comunque quello da cui siamo partiti: l’uomo ha bisogno, per svilupparsi correttamente secondo se stesso, di sentirsi riconosciuto e incoraggiato da bambino nei suoi principali aspetti costitutivi. Ogni nevrosi dell’adulto riconosce sempre un deficit di riconoscimento e incoraggiamento in età precoci da parte della famiglia o, più raramente, da parte del primo ambiente sociale.

“Cosa succede poi?”, “Come procede la formazione della struttura nevrotica?”

Il mancato riconoscimento produce nella tua psiche un primo nucleo di angoscia. L’angoscia dipende dal fatto che  i tuoi istinti primari (ovvero le spinte più autentiche del tuo Carattere) risultano bloccati. Questo blocco è quasi totale se il non riconoscimento è stato precoce, rivolto alla totalità della tua persona, oppure può essere solo relativo agli istinti non riconosciuti, quando il problema interviene un po’ più avanti nel tempo.

“Perché il blocco degli istinti produce angoscia?”

Perché è come togliere gli strumenti a un falegname e pretendere che costruisca un tavolo! Se ti privi del gusto di affrontare il mondo nel modo che ti appassiona, ovvero secondo lo stile che ti è congeniale, non potrai che sentirti smarrito di fronte alla vita e soprattutto di fronte al dolore, di qualunque natura esso sia. La forza per fronteggiare il dolore, infatti, è data dal fatto di viverlo con il proprio stile, dall’orgoglio di affermare: “Questa situazione mi fa soffrire ma io sono fatto così e voglio viverla con il mio spirito, con il mio modo di essere, essendo la persona che sento di ammirare!”. Ma quando il tuo modo di essere è atrofico e dunque non si esprime, di fronte al dolore non hai armi e cadi nell’angoscia.

Alla luce di questo concetto possiamo esprimere una più precisa definizione dell’angoscia stessa: è impotenza di fronte al dolore, che pertanto viene vissuto come non sostenibile. Per questo motivo l’angoscia spinge a chiedere aiuto. Il bambino la scarica spesso nel pianto. Ciò capita a volte anche nell’adulto, il quale però il più delle volte la interiorizza.

Passiamo ora al terzo punto. Quando sei bambino e si crea in te, per i suddetti motivi, un nucleo di angoscia permanente, non la puoi vivere perché destabilizzerebbe troppo la tua fragile psiche. Allora entra in gioco un meccanismo difensivo ben evidenziato da Freud: la rimozione. La mente man mano che si sviluppa una coscienza tale da soffrire dolorosamente l’angoscia, crea barriere biolettriche tra i centri cerebrali profondi ove si formano gli stati d’animo, e la corteccia cerebrale ove essi divengono consapevoli. Il risultato è che non soffri, o soffri solo parzialmente, in quanto non hai consapevolezza dello stato d’angoscia.

Così, cresci e ti sviluppi in maniera per lo più apparentemente normale, anche se in fondo in fondo non stai veramente bene, non ti senti né solido né sicuro, e manifestazioni di sofferenza psichica ogni tanto affiorano qua e là. Però vai avanti e magari affronti anche il mondo con una certa decisione. Ma fai attenzione! Il più delle volte reagisci alla tua insicurezza interiore secondo una o più di queste 3 direttive, che rappresentano le linee reattive patogenetiche (cioè il meccanismo di formazione) fondamentali delle nevrosi:

1) Il fondarsi sull’avere

l’amore adorante di una donna

la sicurezza del potere

il conforto del successo sociale

il prestigio in una professione

divertimenti sempre nuovi e sempre diversi

la disponibilità economica

la sicurezza personale

Questi e altri obiettivi cercherai spesso di rincorrere per sanare quella profonda ferita data dall’“Io non vado bene!”. Attraverso il conseguimento di questi valori cercherai di dimostrare a te stesso e agli altri che tu vali, che non è vero che sei una nullità. Dipenderai ansiosamente da essi.

È ancora il destino, quanto più quanto meno di un po’ tutti noi, anche sotto la spinta dei media, che non fanno altro che reclamizzare la felicità attraverso i cosiddetti prodotti di consumo e condizioni esistenziali da Mulino Bianco.

Se le cose ti andranno bene potrai durare mesi, o anche anni, nella convinzione che così trovi una Personalità e che conseguendo quegli obiettivi sei importante. Ma attento, perché sei seduto sopra a una bomba ad orologeria! Se gli obiettivi conseguiti dovessero crollare, tu crolleresti con loro! E se mai dovessi all’improvviso renderti conto della loro pochezza e che in fondo siamo esseri mortali in un piccolo pianeta immerso in un immenso universo, in quel momento saranno problemi seri!

2) La rabbia inutile

Quando non ti senti ok, quando hai malessere di te stesso perché hai sperimentato l’esperienza di vita quale dispensatrice di dolore, la tentazione più forte è quella di sentirti una vittima. In tal caso non può che crescere dentro di te la rabbia. Essa è un’energia difensiva volta a colpire tutto ciò da cui ti senti colpito. Quindi la tua rabbia vorrebbe colpire chi sembra non comprenderti, non considerarti o comportarsi in maniera ingiusta verso di te. Alla fine, vorrebbe colpire la vita stessa come se stando male, essendo rabbioso, di malumore, potessi farla scontare alla vita per tutte le cose che non ti piacciono. Ma è solo un’illusione destinata a ritorcersi contro di te. Infatti, se la tua rabbia la esteriorizzi finisci col fare qualcosa di scriteriato o qualche comportamento inadeguato che ti stigmatizza presso amici o persone in genere. Se te la tieni dentro diviene malessere psichico oppure viene scaricata contro i tuoi visceri, producendo le cosiddette malattie psicosomatiche. Hai mai sentito parlare di mobbing, stalking, bullismo? Ebbene, non tutti sanno che queste condizioni non sono prodotte per azione diretta di chi esercita una sua condizione di forza per umiliare il prossimo. L’effetto patologico di questi meccanismi consiste nel suscitare nella vittima una rabbia che non può scaricarsi. In altre parole, chi subisce l’effetto di umiliazioni produce quale illusione difensiva una rabbia impotente che la corteccia cerebrale elabora in parte come malessere e in parte scarica sull’ipotalamo, il quale la spara sul sistema neurovegetativo: ed ecco le ulcere, le psoriasi, i disturbi della conduzione cardiaca, le angosce. Il tutto perché il mobbizzato, essendo per lo più una persona che già di suo non si sente ok, non riesce a produrre la vera e semplice difesa “Tu non mi fai male! Io mi rifiuto di stare male per un comportamento come il tuo!”. In tal modo egli si farebbe scivolare addosso le vessazioni, togliendo loro il potere di turbare il suo Carattere. Ma, purtroppo, la nostra mente non è quasi mai addestrata o esercitata a una manovra del genere. A vincere è quasi sempre il vecchio meccanismo difensivo basato sull’attacco (in questo caso impossibile), con effetti disastrosi sull’organismo. Così esci di mattino per andare a lavoro e:

“Oddio piove!”

“Dove sta l’ombrello, non riesco a trovarlo!”

“Prendo la macchina va! Ma…accidenti…non parte!”

“Devo farmi dare assolutamente da mia moglie le chiavi della sua!”

“Maria svegliati! Devo andare a lavorare e sono in ritardo…ho bisogno delle chiavi della tua auto…presto!”

“Mi hai svegliata cazzo! Non trovi mai le chiavi della tua, è possibile?”

Così puoi anche finire col cadere dalle scale e con l’imprecare di conseguenza. Ti farai del sangue amaro e magari vomiterai anche a colazione. Questo perché hai l’illusione che, alterandoti, colpisci quella gran disgrazia della vita o chi per lei, che quella mattina ti sta trattando così male. In realtà non colpisci proprio nessuno, fai solo male a te stesso!

Vuoi un’idea di cosa succede quando si produce rabbia inutile? Immagina di essere al centro di una stanza le cui pareti sono di un acciaio durissimo, contro cui qualsiasi proiettile rimbalza. Tu hai un fucile mitragliatore e  cominci a sparare all’impazzata in tutte le direzioni. Dopo un po’ quella stanza sarà piena di proiettili impazziti che schizzano da tutte le parti e finiranno inevitabilmente per colpirti. Questo accade quando emetti un marasma di pensieri rabbiosi verso la vita (o chi per lei). Se invece la difesa avesse il sapore di “Più me ne succedono più resto calmo e tranquillo!”, allora sì che l’avresti fregata la vita!

Guardati pertanto dalla rabbia inutile, specie quando essa costituisce uno stile continuativo, vittimistico, lamentoso. È un modo completamente inadeguato di reagire al fattore eziologico che non ti fa sentire ok.

3) Un terzo modo di reagire a questa condizione, una terza linea patogenetica di nevrosi, è quella che Gesù sperimentò nel Getsemani (attento perché questo meccanismo ha fatto e sta facendo molti danni!)

“Non ce la farai mai, non ce la puoi fare! Come fai a reggere questa paura? Non senti quanto è forte? Ecco ora ti spazza via!”“Come fai a star bene in questa tristezza, in questa noia?”, “Come fai ad affrontare la vita? Non vedi che è tutto uno schifo?!”. E come disse l’Amleto di Shakespeare: “Come vivere le ingiurie degli arroganti, le umiliazioni che il paziente merito deve subire di fronte alla stupidità di chi non vale niente?”

Queste voci le sentirai spesso dentro di te, se sei uno abituato a non sentirti ok. Ti faranno cadere le braccia, fuggire di fronte alle difficoltà, richiuderti nel tuo piccolo mondo, svestire l’ideale supremo per ogni uomo, cioè quello di dare un proprio contributo alla società facendo del proprio meglio per essere, direttamente o indirettamente, utile al prossimo. Queste voci ti spingeranno verso l’alcol, l’abuso di sostanze in genere, verso gli eccessi alimentari, verso le strategie di evitamento che ti fanno star chiuso in casa tutto il giorno di fronte a un computer, o che ti fanno rimbambire davanti a una televisione (per lo più fatta da dementi ad uso e consumo di dementi…). Sta attento, perché troverai delle giustificazioni a questa condotta: “Sono troppo timido!”, “Non piaccio alle donne!”, “Sono troppo basso!”, “Sono troppo grasso!”, “Non ho abbastanza soldi!”, “Non sono spigliato a sufficienza!”, “Ho poca cultura!”… Non ci credere! Sono solo argomenti creati a posteriori e sulla base di mode sociali per tenere in piedi la tua strategia di evitamento. Invece, non perdere tempo a pensare a come sei e non mettere mai un limite alla tua capacità di vivere qualsiasi situazione rimanendo in piedi!

Riassumendo quanto detto finora:

1. il fattore eziologico delle nevrosi è il non sentirti, totalmente o parzialmente, riconosciuto nelle prime fasi della vita

2. quasi sempre l’angoscia che ne deriva viene rimossa, tacitata da meccanismi di difesa

3. la tua Personalità tende a organizzarsi secondo questi meccanismi di difesa, cioè traendo il piacere di vivere dal conseguimento di obiettivi puramente esteriori basati sulla conferma sociale, o reagendo con una rabbia tanto illusoria quanto dannosa, o fuggendo, evitando il confronto diretto con la vita.

“Come va a finire?”

A volte le cose durano così per tutta la vita. Nonostante i tuoi eventuali successi convivi con un malessere che a volte percepisci chiaro, a volte meno, di cui non comprendi la causa e che ti rende amaro. Non è un bel vivere e purtroppo capita a molti. Altre volte ti perdi in scelte inadeguate o in comportamenti patologici. Puoi anche lasciarci la pelle (anche questo accade di frequente)! In altri casi accade qualcosa che spezza la linea di vita che hai scelto. Qualcosa che ti mostra la vanità di certi obiettivi, qualcosa che fa sentir perdente la tua rabbia, qualcosa che ti fa ripudiare di fronte alla fuga esistenziale e alla vigliaccheria. Allora i tuoi sistemi reattivi non funzionano più e ti trovi difronte alla tua angoscia di sempre, che non riesci più a tenere rimossa. L’angoscia di quel bambino, ricordi? Quel bambino che non si è sentito importante e si è convinto di essere indegno della vita, di essere una nullità. Quel bambino che si voleva riscattare o proteggere in un modo che ormai è crollato. È crollato perché:

magari hai avuto un insuccesso e hai capito che quello che ti conquisti non è sicuro, non ci puoi contare

hai capito che la tua rabbia non riuscirà a cambiare le cose

hai capito che fuggire non serve a niente, che non si può scappare dalla vita

semplicemente la tua consapevolezza si è allargata e senti più chiaramente gli inevitabili mali del mondo

Ma tutto questo processo rimane in un primo momento abbastanza oscuro all’Ego consapevole. L’unica cosa che comprendi è che sei diventato un nevrotico. “Da dove viene questa depressione? In 30 anni di vita non mi era mai successo!”, “Da dove spunta fuori questa diavoleria degli attacchi di panico?”, “Io sono stato per 40 anni una persona decisa! Perché adesso questa ossessione di ammalarmi che mi tormenta? Io non ho mai avuto paura di niente!”

La verità è che ora la tua coscienza è in contatto con l’angoscia di quel bambino di un tempo. Un’angoscia che non riesci più a tenere a bada con l’inconscia sicurezza di falsi obiettivi o di false certezze. Ora il tuo sviluppo psichico si è ricollegato al punto in cui si era interrotto! Ora ti aspetta un faticoso cammino per educare il tuo bambino interno a una vera forza. Ma consolati: è anche bello se lo sai prendere, se ne scopri il valore di cammino di crescita e lo vivi con l’orgoglio di perseguire l’unico, vero e sommo obiettivo di ogni vita, diventare un uomo! O meglio ancora, diventare il tuo modello di uomo!

Ma ecco che a questo punto, quando scopri la sofferenza psichica, si verifica l’ultimo atto di uno psicodramma che tende a perpetuare la nevrosi, la trappola più grande da cui devi guardarti. Siccome il malessere ti da fastidio, ti crea un mare di problemi, allora tendi a respingerlo, a irrigidirti, a non accettarlo come una parte sofferente di te. Infatti, quando non sei stato riconosciuto dai tuoi primi educatori questo accade perché in un modo o nell’altro sei stato loro scomodo, certe tue caratteristiche creavano loro problemi. Senza accorgertene, hai imparato fatalmente la stessa logica: “Ciò che dà fastidio, che non è consono ai miei desideri, deve essere bloccato, eliminato!”, “Dammi dei farmaci, sbrighiamoci con questa psicoterapia, voglio risultati subito! Quest’ansia, questa depressione, non devono più esistere!”. Ma quell’ansia, quella depressione, sono il grido di dolore di quel tuo bambino interno che si è già sentito abbandonato! Se ora lo abbandoni anche tu, cercando solo di liberartene il prima possibile, lo esaspererai ancor più, aggravando la tua nevrosi.

“Ma allora cosa bisogna fare quando si sta male?”

Questo è un altro discorso, abbi pazienza!

Pubblicato on 20 marzo 2010 at 06:16  Commenti disabilitati su 04. Una nevrosi