12. L’identità


Il problema dell’identità

a cura di F.L., psicologo e psicoterapeuta

Sembra risultare abbastanza evidente, da quanto detto finora, che la mente umana possiede due fondamentali aspetti che a loro volta generano due particolari categorie della sua attività:

1) da una parte la condizione di base, lo sfondo, il non pensiero e la massima attenzione generale all’ambiente e a te stesso, cioè quella condizione che ho chiamato vigilanza rilassata

2) dall’altra una capacità di intervento attivo che di volta in volta si occupa di quanto vuoi compiere in termini di pensiero, atteggiamento, comportamento, azione

Se hai provato a metterti in questa strada, se hai provato a non pensare accettando senza scomporti ogni stato d’animo, se hai provato a concentrare forza e consapevolezza in ogni tuo atto di giudizio e di volontà, avrai subito scoperto quanto è difficile per te così come lo è per ogni uomo appartenente alla nostra cultura e al nostro ambiente.

Cosa può dunque far superare le difficoltà, gli inciampi della mente, il senso di paralisi nei momenti più difficili, il profondo scoraggiamento che spesso ti assicura che in fondo è impossibile, che non ce la farai mai? In altre parole, da cosa prendi la forza e la motivazione per non solo sostenere un cammino del genere ma addirittura accettarne con piacere lo sforzo, le difficoltà e quant’altro?

Se ricordi, nella quarta lettera ho scritto che la mente del bambino vive di un carburante: il desiderio di essere desiderato. In termini più ampi, il bambino vive della gratificazione emotiva di un ambiente consono ai suoi desideri.

Se lo sviluppo (cosa assai rara) procede regolarmente, questo carburante subisce progressivamente, dall’età della latenza (7/12 anni) alla maturità, una decisa, progressiva mutazione: il piacere di essere desiderato e di una realtà consona ai propri gusti cede il posto all’ancor più grande piacere di essere se stessi e di relazionarsi alle cose, gradite o sgradite che siano, con il proprio stile.

Il proprio stile in un primo momento viene per così dire preso in prestito dal genitore omolaterale, quando esso si presta a un’identificazione che gratifica il bambino (“Che mi importa dell’affetto della mamma? Voglio diventare bravo e forte come papà!”). Poi, durante l’adolescenza lo stile viene personalizzato con le proprie istanze individuali e allora l’essere umano arriva alla sua identità, ovvero al piacere massimo che scavalca tutti gli altri e gli permette di vivere qualsiasi situazione rimanendo in piedi.

Ma quando questo iter si inceppa, per possibili svariati motivi, e ci ritroviamo da adulti a dipendere dall’ambiente e ad essere troppo condizionati dalle varie circostanze sociali, affettive, economiche… come si può costruire un’identità che non si è spontaneamente formata? Come facciamo a generare in noi quella fonte di piacere autonomo che in definitiva ci permette di affrontare gli eventi senza farci travolgere? Vorrei ora occuparmi con te di questi quesiti.

Cosa significa “io”?, cosa significa “me“?. Come faccio a capire chi sono? Quali strumenti possiedo per conoscere come sono fatto psichicamente?

In fondo, tanti miti umani fanno capo alla ricerca dell’identità. Basti pensare al Vello d’Oro di Giasone, al Sacro Graal dei Templari, alla Pietra Filosofale degli Alchimisti, alla Terra Promessa degli Ebrei e tanti altri.

Da sempre l’uomo ricerca un qualcosa che, trovato, gli permette di stare finalmente bene. E cos’è questo qualcosa? se non il nucleo profondo del suo essere? Quel quid che gli permette di affermare “Io sono questo!” e godersi finalmente il sospirato piacere di vivere? Quel criterio guida che funga quasi da stella polare, da punto di riferimento per le scelte e le soluzioni?

Ogni organo materiale del tuo organismo possiede, per così dire, un suo spirito, una sua identità, ovvero un suo modo di funzionare. Così, ad esempio, lo stomaco ha una sua fisiologia: se rispetti una giusta alimentazione e un giusto stile di vita, starà bene e contribuirà alla tua energia positiva, ovvero alla tua sensazione di benessere. Allo stesso modo il cuore, i reni, il fegato, i polmoni… se li metti in condizione di funzionare secondo il loro spirito, la loro fisiologia, essi saranno nel benessere e produrranno sensazioni di benessere.

Il Carattere non fa eccezione, solo che rappresenta un organo a consistenza puramente energetica e non materiale: niente di strano, in fondo energia e materia sono facce della stessa medaglia.

Il Carattere, in altre parole, consiste in una serie di spinte energetiche che lo muovono, attraendolo o respingendolo. E’ per via del tuo Carattere che ti senti attratto, ad esempio, da un certo personaggio, da una certa situazione, da un certo lavoro… E’ parimenti per via del tuo Carattere se altri personaggi, altre situazioni, altri lavori non ti attraggono o ti ispirano repulsione, oppure ti sono indifferenti.

Il Carattere, quindi, può idealmente essere rappresentato da una serie di vettori fisici con una loro intensità, una loro direzione e un loro verso: l’intensità del vettore descrive la forza della spinta caratteriale, ovvero la forza della passione; la direzione esprime l’orientamento della passione stessa (ad esempio: tecnica, musica, sport…); il verso del vettore descrive se la spinta energetica in questione è rivolta a nostro favore, nei casi in cui la esprimiamo, o contro di noi, nei casi in cui la neghiamo assumendo una mentalità che non ricalca il nostro reale modo di essere. In questi casi, infatti, le spinte energetiche del Carattere le percepiamo in negativo: diventano sintomi, come ad esempio l’ansia, le fobie in genere e la depressione. Orbene, la dimensione dell’identità emerge nel momento in cui l’Ego riesce, attraverso scelte consapevoli, ad allinearsi al suo vero Carattere e a realizzarlo in base al principio di realtà. Prendiamo al momento per buona questa conclusione anche se espressa senza premesse che la rendano scientificamente corretta.

A questo punto gli interrogativi (che in parte già ci siamo posti) diventano: “Come fai a conoscere il tuo Carattere?”, “In che modo pervieni al tuo reale modo di essere?”

E’ evidente che gli strumenti tecnici attualmente a disposizione non ci consentono ancora di fotografare l’andamento della nostra energia né tantomeno di caratterizzarla o di quantificarla. Non abbiamo, in altre parole, a disposizione uno strumento che, come ad esempio la risonanza magnetica nucleare fa con certi organi, ci permetta di visualizzare ed analizzare le spinte energetiche del nostro Carattere. E non è neanche possibile risalire ad esse attraverso l’analisi del substrato materiale che le produce, cioè il tessuto cerebrale. Lo studio dei vari organi cerebrali e delle cellule che lo costituiscono, infatti, ancora non ci fornisce informazioni analitiche circa il tipo di Carattere che risulta dalla loro azione sinergica e integrata né, tantomeno, permette calcoli matematici o pseudo-matematici in tal senso.

Sembra in effetti di brancolare nel buio, ma a ben guardare la nostra mente ha una caratteristica (cui ho già accennato sopra), che sembra proprio essere universale in tutti gli esseri umani: risuona a tutto ciò che le assomiglia. Questo è il primo concetto di fondo su cui vorrei concentrare la tua attenzione.

Non siamo forse fin da bambini preda di passioni, entusiasmi, chi più chi meno? E non ci sentiamo di ammirare sfrenatamente certi modelli di persone che diventano i nostri eroi? Bene, il concetto è che in ogni cosa, animale o persona che suscita in noi questa reazione di ammirazione, c’è una parte di noi stessi, una spinta viva del nostro Carattere. In altre parole, allo stato attuale della nostra cultura e delle nostre cognizioni sembrerebbe proprio che riusciamo a conoscerci attraverso un fenomeno di rispecchio nel nostro rapporto con la vita. Per questo è fondamentale l’esperienza ai fini della crescita psichica: più cose viviamo e conosciamo, più diamo occasione alla nostra energia di specchiarsi in qualcosa e di manifestarsi attraverso l’entusiasmo.

Farò un esempio di questo fondamentale concetto. Si pensi ad uno dei miti più popolari della nostra civiltà industriale: Elvis Presley. Perché ha avuto così tanto seguito e successo? Semplicemente perché aveva una bella voce? Perché cantava belle canzoni? Ce ne sarebbero tanti con queste caratteristiche, ma lui mandava in visibilio milioni di fans. A ben guardare, cosa rappresentava quell’immagine? Cosa suscitava? Un ragazzo forte e aggressivo, all’occorrenza ribelle, ma con un fondo onesto, sincero e leale. Insomma il mito che probabilmente interpretava la parte sommersa del Carattere di moltissime persone. E quelle persone andavano ai concerti e se la trovavano stampata davanti agli occhi quella parte di sé che non sapevano neanche di possedere. La incontravano in quel giovane con quella faccia, quel look, quelle movenze, quella musica. Il risultato? Un grandissimo entusiasmo, una grandissima ammirazione. Sì, perché quando vediamo qualcosa, che sia un film, un personaggio, una situazione, una musica o altro, che esprime una parte del nostro Carattere che ancora non conosciamo, la risposta è l’attrazione, la passione, l’ammirazione.

Peccato che la maggior parte delle persone perda completamente queste occasioni di crescita fermandosi a “Mi piacerebbe essere come Elvis Presley, ma tanto non sarò mai come lui!”. Queste persone non comprendono che quell’ Elvis Presley ce l’hanno dentro e dovrebbero tirarlo fuori esprimendolo nella quotidianità a modo loro. Non certo nella esibizionistica imitazione esteriore, che peraltro molti mettono in atto e che suona sempre ridicola, ma nella mentalità di vivere, nello spirito con cui agiscono, nello stile con cui  prendono le cose.

I bambini come certe scimmie imitano pedissequamente i loro modelli, perché la mente ancora immatura non permette loro di andare oltre l’esteriorità e il sensibile. Gli adulti dovrebbero estrarre da questi modelli l’essenza, lo spirito, e renderli uno stile di relazione con la vita. Con quale mentalità vivrebbe questa situazione uno come Elvis Presley? Il tutto naturalmente all’interno di quei confini che la realtà esteriore ci pone e che spesso non possiamo scavalcare, e non all’interno di una realtà fantastica che, come molti fanno, creano a proprio uso e consumo.

Un altro esempio? L’eroina. Quando la finiremo di affermare stupidamente che l’eroina è solo una malattia, un vizio, qualcosa per gente storta? Ma se milioni di persone ne hanno fatto e ne fanno uso, a qualcosa dovrà pur servire! Questo oppioide che si impadronisce della mente di così tante persone merita pure di un po’ di considerazione e la dignità di indicatore di direzione! L’eroina provoca un pacchetto di effetti, di cui alcuni dolorosi e spiacevoli e altri estremamente piacevoli, addirittura paradisiaci. Per ottenere questi ultimi, il tossicodipendente si carica dell’onere e del sacrificio di tutto quanto di doloroso, rischioso, spiacevole e mortale comporta l’uso di questa sostanza e inizia un iter in cui baratterà tutto, compresa la dignità di uomo e spesso la vita per poter ottenere quegli effetti. A nessuno balena in mente che forse quegli effetti, se così tanto attirano, sono necessari? Che vanno forse a tappare le falle di questa civiltà industriale? Si pensi all’ansia, alla massificazione, alla mancanza di eros di vivere. Si pensi a come quella pace, quella tranquillità, quella imperturbabilità, quella distanza interiore dai mali del mondo che l’eroina provoca vadano, per così dire, a curare questi aspetti della vita quotidiana.

Il problema è che il tossicodipendente ottiene questa cura tramite l’uso di una sostanza che ammala profondamente ed ancor più gravemente, in molti altri sensi. Che ragionamento dovrebbe fare allora? Se mi piace così tanto l’eroina vuol dire che quello stato d’animo che essa mi produce è una parte di me, della mia identità, che però non riesco ad esprimere. Il mio allenamento allora dovrebbe essere quello di imparare a produrre da me lo stato d’animo che invece ottengo con quella sostanza!

Ma purtroppo siamo ancora lontani mille miglia da una simile logica, e la maggior parte di noi continua ineluttabilmente ad aver bisogno delle proprie droghe, lecite e illecite, per sopravvivere psichicamente. Quanto crescerebbe l’essere umano se si analizzassero a fondo gli effetti dell’eroina, della cocaina, dell’alcool, del gioco d’azzardo, degli eccessi alimentari, e si insegnasse alla mente a produrli con le proprie risorse? Ci impadroniremmo di quel benessere, l’aspirazione al quale è legittima per tutti, rendendolo naturale e non più artificiale e commisto a tanti altri aspetti negativi. Ma questo non si insegna nelle scuole, una simile tecnica non fa ancora parte della nostra cultura.

Eppure non ci stiamo inventando nulla. Fin dai tempi dell’apogeo di Atene, il pensiero umano mostra consistenti tracce di intuizione di quanto ho sopra espresso. Ti ricordi Platone? Per ogni entità imperfetta e cangiante che riscontriamo nell’abituale esperienza, ne esiste una corrispondente, perfetta e assoluta, nel Mondo delle Idee. Questo Mondo delle Idee, o Iperuranio, Platone lo vedeva come una specie di paradiso della ragione cui tendono naturalmente tutte le forme dell’esistere. Insomma, il mondo sensibile e materiale è una specie di “imperfezione” che tende verso il corrispondente perfetto e assoluto che ne è l’idea razionale. Sant’Agostino avrebbe più tardi ripreso questa mentalità “dualistica” in chiave cristiana, ponendosi anche sulla scia di San Paolo di Tarso: esiste la Città degli Uomini, fatta di miserie e soggetta a continui cambiamenti, e la Città di Dio, perfetta e assoluta, che dall’alto dei cieli l’attrae a sé indicandole un cammino di salvezza. Questa linea sarebbe pervenuta al XVIII secolo in cui Cartesio la codificò come “Razionalismo”: la realtà umana si divide tra Res Cogitans, ovvero la pura entità pensante, con l’isieme delle verità assolute individuate e codificate dalla ragione, e la Res Extensa, cioè il mondo dell’esperienza materiale fatto di estensione e movimento, soggetto alle leggi della meccanica. Cartesio lascia intendere che questo “accoppiamento” di due diverse dimensioni nell’essere umano dovrà probabilmente portare ad una purificazione della materia (Res Extensa) da parte dello spirito puro (Res Cogitans).

E andiamo ancora avanti. All’inizio del XX secolo si evidenziò una corrente di pensiero psicologico, la Gestalt, che affermava l’esistenza, nella psiche umana, di “princìpi organizzativi” responsabili del nostro modo di percepire il mondo. In altre parole tutto ciò che vediamo, sentiamo… non è soltanto frutto di ciò che oggettivamente è, ma anche il risultato di strutture organizzative già presenti nella mente umana, le quali “guidano“, per così dire, le nostre percezioni sensoriali. Possiamo anche menzionare campi relativamente diversi quali ad esempio la pittura. Tra il 1913 e il 1920, nacque in Russia il Suprematismo di Malevic, in cui si rinunciava a qualsiasi rappresentazione della realtà oggettiva, concentrandosi invece su forme geometriche essenziali e sul colore puro concepiti come idee primarie al di là dello spazio e del tempo.

Cosa possono significare in senso psicologico queste teorie? Quale ne è l’essenza? Con tutta probabilità l’uomo ha intuito da sempre come nella sua mente vi sia un modello di riferimento, un modello che funga da guida nel continuo divenire di questa vita. In altre parole, secondo questo punto di vista, ognuno di noi per scegliere correttamente i propri atteggiamenti e comportamenti deve scoprire qual’è il punto di riferimento che usa, ovvero il proprio ideale di persona; quel modello che, se abbracciato dall’Ego, ottiene una risposta di benessere e forza reali dal proprio Carattere.

La ricerca filosofica, dunque, di un qualcosa di immutabile, aspaziale, atemporale, che funga da elemento certo di riferimento, potrebbe in questa chiave di lettura essere una trasposizione di quello che è il modello perfetto dell’identità di ogni individuo, il suo orientamento energetico di fondo. Un modello elastico, suscettibile di infinite realizzazioni pratiche che l’uomo dovrebbe scoprire nel corso della sua esperienza di vita. Secondo questa ottica, noi saremmo dunque un’identità in realizzazione nel corso della nostra storia. Viaggiare nella corretta direzione verso questa identità ci dà gioia, mentre staccarcene ci dà malessere, angoscia, con svariate possibilità di sintomi psichici. Le risorse dell’Ego, ovvero della nostra parte pensante dovrebbero dunque servire alla scoperta del proprio modello di riferimento ed alla sua migliore realizzazione dato il campo di realtà in cui è immerso.

In psicanalisi esiste il concetto di Ideale dell’Io, cioè di un’immagine interiore, per lo più inconscia, che rappresenta il tipo di persona che vorremmo essere. Questo ideale tende a costituirsi nel periodo della latenza (intorno ai 6 anni) sotto una duplice spinta: da una parte le caratteristiche che il bambino già sente come spinte narcisistiche originarie dai periodi precedenti (il tipo che gli piace essere fin da quando ha l’uso di ragione); dall’altra parte tutti quegli aspetti ambientali (figure dei genitori o chi per loro, eaperienze varie) in cui si identifica, riconoscendoli come elementi di valore. E’ ovvio, come si diceva sopra (e questo è un concetto su cui la psicoanalisi non ha insistito abbastanza), che tale riconoscimento è possibile solo se esiste un corrispettivo all’interno dell’identità.

Carl Gustav Jung si spinse ancora oltre in questo discorso, parlando di Archetipi. Un Archetipo è un’immagine ad alta densità affettiva che esprime una spinta del Carattere umano. Così, l’Archetipo del Guerriero, quello del Bambino Eterno, quello della Madre Amorevole, quello del Vecchio Saggio,…sono rappresentazioni che si prestano a descrivere le spinte dell’animo umano. Conoscendo gli Archetipi che ti appassionano, le rappresentazioni che ti causano un’intensa risposta emotiva, dunque, puoi conoscere te stesso.

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Pubblicato on 9 agosto 2010 at 11:31  Commenti disabilitati su 12. L’identità