10. Il giudizio


Il giudizio

a cura di F.L., psicologo e psicoterapeuta

                   

Tratto da “La torre senza tempo” , di F. L.

Il successivo appuntamento con De Franceschi, vide comunque un Valerio motivato e agguerrito. Alcune generalità, il resoconto di quei giorni e poi:

«Abbiamo cercato di svuotare la mente ed abolire le preoccupazioni, sia nella stasi che nella fatica. In questo modo lei sta imparando ad esercitare la sua coscienza, il suo ego. Finora però, l’ha esercitato nelle sue funzioni passive, cioè il saper soffrire, il non lasciarsi sconvolgere. Ora dovremo cominciare a esercitare le funzioni attive dell’ego».

Gli fece cenno di direzionare la poltrona verso un televisore posto in un angolo, inserì una cassetta e lo invitò a guardare. Partì un filmato.

L’ambientazione è quella di uno studio professionale. Un signore in camice bianco. verosimilmente un medico. siede dietro una scrivania. La sua espressione è seria e concentrata. Una donna occupa una sedia di fronte e il suo sguardo esprime angoscia.

«Ne è proprio sicuro. dottore?».

«Sì. signora. Dio sa quanto mi pesi dire queste parole ma non ci sono dubbi. Si tratta di una leucemia fortemente atipica. con cellule molto indifferenziate. L’andamento è acuto. Per suo marito. purtroppo. non ci sono speranze».

La donna inizia a piangere.

«E adesso? – dice tra le lacrime – Adesso cosa devo fare io? Non è solo per questo strazio che mi porto addosso! A lui cosa dico? Devo dirgli la verità? Oppure no?».

Il medico alza lo sguardo e si appresta a rispondere…

Franceschi interruppe il filmato:

«Risponda lei, esprima un giudizio. In una situazione come questa, cosa è lecito dire al malato?».

Valerio fece appello alla sua vecchia mentalità di medico:

«Io sono per il sì. Credo che non possiamo togliere alla persona il diritto di sapere. È un’esperienza anch’essa, anche se terribile. Certo che in casi estremi… se il malato è molto ansioso o molto fragile… allora magari glielo risparmiamo».

«Bene. Dunque lei afferma che è sempre meglio dire la verità».

«Sì».

«Considera questa affermazione una verità assoluta? Una regola universale?».

«Ma no, gliel’ho detto! In linea di massima la penso così, ma poi bisogna fare le debite eccezioni».

«Molto bene, lei ha espresso un “giudizio”, ovvero un’opinione. La prima funzione attiva della coscienza è per l’appunto quella di emettere giudizi. Capita spesso che lo facciamo automaticamente, senza troppa consapevolezza. Bisogna invece imparare a farvi mente locale e viverli con forza, quasi con orgoglio, come un prodotto della propria identità: – alzò entrambe le braccia e recitò lentamente – “Io, Valerio Valles, ritengo che in linea di massima bisogna informare i malati gravi della loro condizione. Io la penso così!”. Si renda consapevole. Senta, per così dire, “il peso” di questa sua opinione!».

Rimasero un po’ zitti e De Franceschi mandò un’altra cassetta.

I protagonisti sono ugualmente un medico e una donna. Sono vicini al letto di un’anziana malata. verosimilmente grave. priva di sensi.

«Finalmente siamo riusciti a sedarla! – esclama il medico – Il dolore la tormentava in modo insopportabile».

«Ascolti. dottore. Ogni volta che si sveglia. mia madre chiede che si stacchi tutto dal suo corpo e che la si lasci morire. Sa bene di non avere speranze e non se la sente più di soffrire così! Vuole morire per vie naturali. senza più l’ausilio della nutrizione passiva. del respiratore e di ogni forma di assistenza clinica».

«È lucida. quando parla così?». chiede il medico.

«Sì. perfettamente. Io non so cosa fare… Lei che mi consiglia?».

Anche stavolta il filmato si interruppe nel momento in cui il medico stava per rispondere.

«Dia lei un parere. Risponda come se fosse quel medico».

«Ancora sì. Io… sono contrario all’eutanasia attiva ma anche all’accanimento terapeutico inutile. In un caso come questo mi sembra giusto che si lasci morire in pace il paziente».

«Bene, questo è un altro suo giudizio. Lo assimili e lo senta profondamente: è un altro frutto della sua intelligenza e del suo discernimento».

Ancora una volta, dopo alcuni minuti di silenzio, De Franceschi sostituì la videocassetta e Valerio fu chiamato ad assistere al terzo filmato.

L’ambientazione è di nuovo in uno studio medico ove due uomini sono di fronte. l’uno dietro una scrivania e l’altro avanti.

«La vedo molto preoccupato – afferma con un sorriso ironico l’uomo davanti alla scrivania – e questo mi sorprende. Lei è uno psichiatra e non dovrebbe porsi tal genere di problemi. Lei ha l’imperativo categorico del segreto professionale. La sua deontologia la obbliga a tenere per sé quanto le ho detto. altrimenti… – e qui l’uomo si allunga sulla poltrona respirando a fondo – altrimenti potrebbe trovarsi in cattive acque. creda a me!».

«Ma si rende conto – lamenta lo psichiatra – che lei ha appena confessato un omicidio? È per la mia coscienza un segreto molto pesante da portare».

«E farà bene a portarlo! – il tono dell’altro diviene minaccioso – Comunque sia. voglio conoscere subito le sue intenzioni. Allora?… Che mi dice? Vuole curarmi o denunciarmi?».

De Franceschi spense il televisore.

«E stavolta? Lei che avrebbe fatto, stavolta?».

«Eh, non lo so… La deontologia psichiatrica, se ben ricordo, vieta di comunicare informazioni che possono essere utilizzate contro il proprio paziente. Comunque, in un caso come questo, avrei seri problemi di coscienza!».

«Quindi non saprebbe cosa rispondere!».

«Beh, in effetti no!».

«Bene, allora possiamo dire che lei non è attualmente in grado di esprimere un giudizio. Anche questa è una conclusione. La assimili con forza, allo stesso modo delle precedenti».

Girò la poltrona nella posizione originaria e guardò Valerio dritto negli occhi:

«Lei ha espresso tre giudizi, di cui due orientati e l’altro sospeso. Allo stesso modo si abitui quotidianamente a rendersi cosciente e consapevole dei suoi giudizi, anche di quelli banali. Quando la realtà la chiama a esprimere un’opinione, sia essa da comunicarsi o meno, la verbalizzi con decisione tra sé e sé. Se ne renda pienamente consapevole e ci carichi forza, quasi una sorta di orgoglio: “Io la penso così!”».

«Non si corre il rischio di divenire troppo pieni di sé?».

«No, no, avere un’opinione cosciente non significa ritenerla assoluta o evitare di confrontarla con altre opinioni: questo sarebbe fanatismo, e non è di certo un atteggiamento auspicabile!».

«E se non ho un’opinione?».

«È quello che è successo poco fa, no? Allora, con la stessa decisione, rimarcherà a se stesso: “Non sono in grado di esprimere un’opinione!”, e cercherà di vivere quest’astensione con la stessa fermezza di un giudizio espresso. È tutto chiaro?».

«Credo di sì, anche se ancora… Ma a forza di ripetermi i giudizi non mi appesantisco la mente? Che necessità c’è?».

De Franceschi si alzò in piedi e fece due passi per la stanza.

«Le richiamerò un suo vissuto di qualche giorno fa. Manuela mi ha raccontato che avete fatto una passeggiata per la mia Zèna proprio la sera prima che lei le svelasse la sua identità. Siete andati in un quartiere antico, tra i caruggi…».

«La “nostra” Zèna! Comunque… sì, è così».

«Mi disse che mentre stavate camminando il suo volto si era come trasformato ed esprimeva benessere e serenità. Aveva un’espressione che lei non le aveva mai visto».

«Beh, quale fosse la mia espressione non lo so. Però è vero, mi sentivo come rigenerato!».

«Cosa stava pensando durante quel tragitto? Lo ricorda?».

«Sì, lo ricordo bene. Stavo pensando che questa città ha una storia di secoli e secoli, e che è un privilegio poterla vivere, così come è incredibile che una donna come Manuela sia apparsa nella mia vita così… come per magia!».

«Bene, e queste cose sono nate in quel momento o le pensava già?».

«Ma no, certo… quelle cose io già le sapevo, ma…».

«… ma?».

Valerio sorrise.

«Ma non le avevo mai raccontate a me stesso!».

«Molto bene, ora ha capito l’utilità pratica dei giudizi coscienti! – si tolse gli occhiali e cominciò a pulirli con un fazzoletto – La nostra mente presenta un fenomeno che è al contempo il suo grande pregio e il suo disastroso limite. Questo fenomeno si chiama “automatismo”, cioè la capacità di rendere automatiche le procedure correnti, che siano comportamenti, giudizi o altro, e a metterle in atto senza più starci a pensare. Ciò da una parte velocizza e dall’altra appiattisce».

«Lei – riprese De Franceschi rimettendosi gli occhiali – aveva già visto Genova e conosceva Manuela. Non si era però mai davvero chiesto: “Cosa è per me questa città? Cosa ne penso? Chi è per me questa donna? Cosa mi suscita?”. Pertanto non le viveva pienamente. Quando invece è riuscito a formulare quei giudizi coscienti, il suo vissuto si è arricchito e ha perso quel senso di appiattimento che lo caratterizzava. Ci faccia caso: si troverà ad arricchirsi tutte le volte che riuscirà a esprimere considerazioni pienamente consapevoli. Chiaro?».

Valerio accennò affermativamente e dietro il muto invito del professore si alzò in piedi.

«Mi raccomando, cerchi di vivere e non di lasciarsi vivere: il succo è tutto qui!».

Bene, mi sono autocitato in questo passo de La Torre Senza Tempo perché credo esprima bene questo esercizio fondamentale del giudizio.

Nel capitolo scorso ti spiegavo che i giudizi possono essere di tipo relativo o assoluto, e ti mettevo in guardia nei confronti dei giudizi assoluti.

Ora invece ti dico che i giudizi relativi sono un’importantissima ed indispensabile funzione del tuo Ego. Cerca di rendertene il più possibile cosciente. Come dicevo sopra, esplicita a te stesso, nella vita quotidiana, cosa pensi nelle varie circostanze. Impara a sentire il tuo giudizio e ad identificarti in esso. Questo è il modo migliore per non vivere in automatico, per portare alla coscienza il più possibile del tuo vissuto.

Anche in questo caso, naturalmente, non devi essere ossessivo, chiedendo a te stesso un giudizio cosciente per ogni minima cosa. Limitati alle cose più significative della tua giornata, rispondi ogni volta che la tua mente viene chiamata ad un parere, piuttosto che vivere annebbiatamente, lasciandoti trasportare dai tuoi vissuti automatici.

Questo è il primo degli esercizi fondamentali per le capacità attive del tuo Ego.

Pubblicato on 1 agosto 2010 at 15:16  Commenti disabilitati su 10. Il giudizio