Il gioco


Eravamo sull’argine di un fiume. L’acqua scorreva lenta fino al ponte, dove un gradone dovuto ad un ammasso di terra mista a graniglia ne rendeva più veloce e impetuosa la discesa. L’illuminazione era scarsa: qualche fanale qua e là produceva ombre inquietanti e la luce lunare contribuiva a rendere lo scenario ancor più infido e spettrale. Le piante, che allungavano i loro rami sulle acque limacciose e scure, somigliavano a loschi figuri pronti a ghermire ogni genere di preda. Poiché la pioggia del giorno prima aveva reso il terreno molle e scivoloso, dovevamo procedere con estrema prudenza, presi nel contempo da una grande paura e dal desiderio forte di sconfiggerla per dimostrare a noi stessi di riuscire in un’impresa a dir poco sconvolgente. Eravamo là per gioco: uno stupido, maledetto gioco che i nostri amici ci avevano imposto. E noi, per non apparire da meno di loro, avevamo con cuore leggero, ma trepidante, accettato. Dovevamo a tutti i costi essere all’altezza. Tom guaì all’improvviso: un lungo, spaventoso lamento, come di chi avesse avvertito la presenza di creature malvagie nelle vicinanze. «Ssst…zitto, Tom!», feci con il cuore in tumulto. Poi, rivolgendomi a Roby: «Che cosa sarà stato mai?»«Ma niente, non ti preoccupare, forse il fruscio delle foglie». E continuò a camminare con passo guardingo, ma celere. La casa non doveva essere lontana: un chilometro, forse due… Ma il terreno melmoso dell’argine e la vegetazione un po’ intricata non agevolavano certo il cammino. D’altro canto, dovevamo per forza proseguire in quel modo: discostandoci dal fiume, avremmo potuto perderci nel bosco e non ritrovare più la giusta direzione . Ad un certo punto, un pipistrello passò volando sopra le nostre teste. Rabbrividii, riuscendo a malapena a frenare un grido di terrore, che uscì strozzato dalla mia gola. Roby si voltò spaventato: «Che c’è, Jim? Non aver paura». Ma la sua voce tradiva una nota di inquietudine. Dovevamo farci coraggio, ripetevo tra me: in fondo era solo un gioco, una prova da superare per dimostrare a tutti che anche noi eravamo uomini. La paura non aveva senso: era solo il segno di una nostra insicurezza, nient’altro. Se avessimo intrapreso quell’avventura alla luce del giorno, il paesaggio avrebbe avuto un aspetto completamente diverso: il mormorio delle acque del fiume, anziché inquietarci, ci avrebbe tranquillizzato, le piante sarebbero state delle presenze amiche e lo stesso pipistrello (ritardatario sul far del crepuscolo) avrebbe tutt’al più attratto la nostra curiosità di bambini. Ciò che cambiava la realtà ai nostri occhi e turbava il nostro animo era soltanto il buio della notte. Dunque, coraggio! I fantasmi non esistono se non nella nostra mente, e di ciò che non esiste non si può aver paura. Certo, nell’oscurità, si deve stare attenti a non mettere un piede in fallo, per non cadere magari nelle acque fredde del fiume. Ma anche questo faceva parte del “gioco”. Stavo pensando a tutte queste cose insieme e mi ero già un po’ rincuorato da solo, quando il grido di un animale notturno (una civetta, credo) mi gelò il sangue nelle vene vanificando all’improvviso tutti i miei buoni propositi. La paura riprese di nuovo il sopravvento. Solo la presenza di Roby mi rasserenava. Roby, che tutti ritenevano un codardo, si stava rivelando ai miei occhi una persona all’altezza della situazione. Riusciva, con grande determinazione, a non farsi sopraffare dalle emozioni e a mantenere la calma. Ebbi un moto istintivo di ammirazione: dovevo imitarlo, essere come lui! Ero immerso in questi pensieri quando, girando lo sguardo verso destra, mi accorsi che eravamo arrivati nel punto in cui il fiume formava un meandro di una certa ampiezza. C’eravamo quasi! Bastava superare il tratto di argine che s’incurvava ad S per vederla… La casa degli spiriti era lì, a due passi da noi. Un brivido mi percorse la schiena. E poi? Cosa avremmo fatto? Secondo le regole del gioco, dovevamo entrare per visitarla. E guai a scantonare! Lo avrebbero saputo subito tutti e il senso del ridicolo si sarebbe abbattuto su di noi. Il gioco non si tradisce mai, pena il ridicolo! «Roby», chiamai sottovoce «siamo arrivati» – «Lo so, non ti spaventare, mantieni la calma» – «Non mi riesce, Roby. Ma tu… come fai?» – «Cosa? A star calmo? Non penso. E se proprio devo pensare… penso ad altro. Immagino una bella casa, piena di leccornie e divertimenti. Un posto da sballo, insomma…» – «Ma…ma… e se ci sono per davvero?» – «Chi? Gli spiriti cattivi? Beh, qualcosa inventeremo, no? Li faremo scappare…» – «Tu dici? E come? Io, se proprio te lo debbo dire, credo che saremo noi a scappare…per la fifa» – «Ma va’… non dire stronzate! Siamo o non siamo capitani coraggiosi?» – «Beh, sì… cioè, non lo so. Credo di non essere pronto, Roby» – «A cosa, Jim? A diventare uomo? E’ vero, non è facile, si tratta di un passaggio doloroso ma necessario. Suvvia, fa’ come me, fischietta un motivo sottovoce e procedi: senza pensare.» – «Va bene…ci provo, ma tu stammi vicino, non mi abbandonare… Promesso?» – «Promesso». La paura è un mostro che se ti ghermisce non ti dà tregua. Le mie gambe erano aggranchiate per il terrore; non riuscivo quasi più a camminare…Eppure qualcosa mi spingeva ad andare avanti, malgrado tutto, anche se l’istinto premeva forte per farmi fuggire da lì. Ero come intrappolato tra due forze contrastanti che mi agguantavano. Non sapevo che fare. «Roby!» – «Sì?» – «La vedi?» – «Ancora no. Ah, sì, eccola!» – «Dove?» – «Là… là in fondo! Guarda bene, Jim, alla tua sinistra.» Con il fiato sospeso, guardai dalla parte indicatami dal mio amico, strizzando gli occhi nell’oscurità della notte per vedere meglio e… la vidi. O almeno mi sembrò di vederla.

Così com’era, immersa nelle tenebre, non si riusciva a distinguerne i contorni e i particolari, ma l’immagine che si individuava nell’insieme era a dir poco terrificante. Un edificio diroccato e fatiscente sormontato da un tetto in rovina, intorno al quale svolazzavano uccellacci notturni, con imposte cadenti e malandate da cui usciva un sibilo sinistro e raccapricciante a causa del vento che penetrava attraverso le fessure. Ci avvicinammo con circospezione; Tom era accanto a me, che lo accarezzavo per non farlo guaire. Evitando di produrre il benché minimo rumore e trattenendo il fiato, giungemmo davanti al portone: era semichiuso. Provammo a spingerlo con molta cautela per aprirlo: il cigolio che produssero i cardini arrugginiti ci fece sobbalzare. Le assi scricchiolarono e, per un momento, temetti che venisse giù tutto, tanto era decrepito e malmesso. Restammo un attimo fermi ad ascoltare se qualcosa si muovesse. Nulla. Allungammo allora il collo, affacciandoci dalla soglia per spiare nell’interno. Non riuscendo a scorgere niente, visto che il buio era totale, cominciammo a muovere qualche incerto passo, appoggiandoci ad una parete e prestando attenzione a dove mettere i piedi. Il pavimento, fatto di assi di legno, sembrava abbastanza solido e in grado di sostenere il nostro modesto peso. Eravamo certamente nel locale più grande della casa e questo lo capivamo dal lieve ma ampio rimbombo, simile ad un’eco, che producevano i nostri guardinghi passi, anche se leggeri. Continuammo ad avanzare, sempre con molta prudenza, per timore d’inciampare o, peggio, di cadere in qualche trabocchetto quando, quasi all’improvviso, ci parve di cominciare ad intravedere qualcosa di ciò che era dentro: i nostri occhi si erano abituati all’oscurità? O una luce alquanto fioca proveniente da un angolo della stanza ne riusciva ad illuminare, seppur malamente, l’interno? Toccai con la mano il braccio del mio amico, che si voltò verso di me guardandomi con aria interrogativa: cosa volevo? Accennai verso il centro del locale, dove una massa oscura e informe si stagliava minacciosa occupando gran parte dello spazio. Restammo un attimo incerti se avvicinarci per capire meglio di cosa si trattasse, quando un suono improvviso di clavicembalo stonato ci bloccò lì dov’eravamo. Il suono continuò a propagarsi in maniera del tutto incoerente; non c’era melodia in quella musica, né ritmo, ma soltanto note che si rincorrevano disordinatamente , ora più cupe, ora appena accennate: una musica anarchica e, a tratti, anche violenta, come se chi la suonava volesse in qualche modo incutere paura e scacciare gl’indesiderati ospiti della casa. Contemporaneamente, qualcosa si muoveva con moti scattanti e sinuosi nello stesso tempo: qualcosa di nero che animava la superficie superiore di quella massa informe. Ascoltavamo in silenzio, presi da un oscuro terrore. Non ci riusciva neppure di muovere un dito, tanto eravamo spaventati. Tom , invece, era stato afferrato come da un tremito convulso che non gli permetteva di fermarsi: si agitava, annusava l’aria tutt’intorno, allungando irrequieto il muso verso quell’oggetto strano che campeggiava nella stanza e da cui sembrava provenire quella altrettanto strana e inquietante “musica”. Ad un tratto, si scatenò l’inferno: un ululato di Tom accompagnò il balzo repentino del cane, che ringhiando furiosamente contro qualcosa d’invisibile ai nostri occhi, si fermò a due passi dall’oggetto. Un tumulto improvviso: la “cosa” si mosse soffiando spaventosamente e, attraverso quelle che ci parvero le pieghe di un mantello nero, fuggì con un gemito prolungato dalla stanza. L’adrenalina era giunta a livelli impensabili. Terrorizzato, mi voltai dalla parte di Roby: era bianco in faccia come un cencio appena lavato. Tom, al contrario, sembrava essersi calmato: non tremava più ed aveva cominciato ad abbaiare piano verso di noi come se volesse rincuorarci; anzi, scodinzolava persino e ci girava intorno in maniera curiosa. La nostra tensione si attenuò. Il fatto che Tom non avesse paura ci faceva pensare che non vi fosse pericolo imminente. Riprendemmo, perciò, a scrutare intorno a noi e ad avanzare nel cuore della casa. «Roby!», sussurrai. «Sì, Jim?» – «Che… che cos’era quella creatura mostruosa che è scappata?» – «Non lo so, Jim, non mi è riuscito di vederla. Mi è parso qualcosa di nero… fluttuante, leggero come un piuma e rapido, evanescente quasi…» – «Un fantasma?» – «Ma i fantasmi non sono neri!» – «Chissà, forse ne esistono… E sono i più cattivi» – «Ma che dici? Non hanno il lenzuolo? E il lenzuolo è bianco, no?» – «Boh, io non mi fiderei comunque» – «Pensi che possa tornare?» – «Sì, e magari con i compari.» – «Speriamo di no!» – «Aveva gli occhi gialli, hai visto?» – «Incandescenti quasi! Sembravano fanali…» – «E se… se fosse il… brrr…» – «Sta’ zitto! Non nominarlo neppure. E’ pericoloso!». Rimanemmo un po’ in silenzio. Camminando rasenti la parete, avevamo raggiunto il muro opposto a quello del portone da cui eravamo entrati: ora la massa informe da dove era uscito il mostro ci era davanti in tutta la sua mole. Ad osservarla bene da vicino appariva come un oggetto (forse un mobile) ricoperto da un telo nero. Dietro, dalla parte dell’angolo destro della parete, si apriva una botola da cui proveniva quel filo di luce che avevamo notato entrando: la creatura mostruosa era uscita da lì, mi dissi. Ci affacciammo sull’orlo dell’apertura: una scala tarlata e priva di alcuni pioli conduceva nel piano sottostante, forse uno scantinato. Che fare? Lo sguardo significativo di Roby non lasciò dubbi: dovevamo proseguire. Come un automa mi apprestai a tenergli dietro, mentre Tom mi era alle calcagna quasi volesse proteggermi alle spalle. Iniziammo a scendere con estrema prudenza. Ad ogni scricchiolio del legno, il cuore mi balzava in gola, mi pareva di soffocare, il sangue si raggelava nelle vene… Non avevo mai provato nulla di simile in vita mia. Non so come avvenne, perché credo di averlo rimosso dalla coscienza, ma ricordo solo un crac più forte degli altri e l’improvviso, turbinoso precipitare dentro una specie di tubo di acciaio. La caduta rovinosa sembrava non aver fine… Ero stordito (probabilmente avevo battuto la testa) e sudavo freddo…Ci ritrovammo, ammaccati e doloranti, in una grotta illuminata da fiaccole e invasa da frastuoni e urla disumane. A malapena riuscii ad aprire gli occhi: non era l’inferno, ma se ce n’è uno quello gli somigliava molto, credo.

La scena era impressionante: sopra un tavolo di legno , legato e imbavagliato con stringhe di cuoio, vittima di qualche oscura cerimonia diabolica, un gatto nero con gli occhi gialli sbarrati dal terrore (riconobbi subito in lui l’orrenda bestia che ci aveva spaventato a morte suonando all’impazzata il clavicembalo) tentava divincolandosi in tutti i modi e aiutandosi con i propri artigli di liberarsi dal morso dei legami per fuggire. Intorno al tavolo individui mascherati e incappucciati, muniti di bastoni, giravano ballando freneticamente una lugubre danza sacrificale. «Jim! Vedi anche tu quello che vedo io?» – «Certo, Roby , e, credimi, non mi piace affatto. Vorrei essere lontano da qui mille miglia!» – «Pensi che non si accorgeranno della nostra presenza?» – «Non so, ma… lo spero!». Il frastuono prodotto da quella banda d’invasati aveva coperto il rumore della nostra caduta e l’anfratto della roccia dentro al quale ci eravamo subito infilati impediva loro di vederci. Potevamo così spiarli agevolmente senza timore di essere scoperti. Gl’incappucciati non erano molto alti: avevano abiti colorati e scarpe da ginnastica. Quest’ultimo particolare mi colpì molto: se fossero stati fantasmi o appartenenti ad una setta satanica, non avrebbero indossato quel tipo di calzatura. Chi erano, dunque? Continuavano a ballare e a gridare parole senza senso (almeno per noi) al ritmo di una danza sconosciuta e primitiva quando, quasi all’improvviso, quello che doveva essere il capo (aveva in testa oltre al cappuccio una penna di gallo cedrone) voltandosi dalla nostra parte si scoprì la faccia e incominciò a ridere. Rideva, rideva sghignazzando e, dietro a quella risata spaventosa, i tratti del viso si deformavano sempre più assumendo l’aspetto di una maschera beffarda e crudele, una maschera orrenda, cui si aggiunsero subito altre e altre maschere simili. E tutte ridevano di un riso crudele, schernitore. E quella risata orribile, sempre più volgare e cattiva , che si espandeva dappertutto riecheggiando tra le pareti della grotta, era indirizzata a noi… A noi che li guardavamo stupiti e inorriditi insieme mentre, scrutandone i lineamenti alterati dalla smorfia di quel riso cattivo , ne ravvisavamo esterrefatti le fisionomie originarie ad una ad una: ed erano John e Mark , Bob e Alex, e poi Willy e… Basta!… Non riuscendo più a sopportare quei ghigni malevoli, con gli occhi rivolti in basso e le mani premute sulle orecchie, individuato un pertugio nel muro, ci infilammo in una galleria sotterranea e prendemmo a correre all’impazzata… sempre di più… sempre di più… Ed ecco il fiume, ecco la luce della luna, finalmente! Ecco la strada! «Roby!» – «Sì, Jim?» – «Se ne sono andati, vero? Non ritorneranno più» –  «No, Jim, non ritorneranno più» – «Erano fantasmi?» – «Non lo so. So solo che erano cattivi. Ma noi siamo stati più forti e non sono riusciti a farci del male.»

by I.P. (Luglio 2008) con dedica speciale a gi@mmond


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Pubblicato on 1 agosto 2010 at 19:15  Commenti disabilitati su Il gioco